Blog di Raimondo Schiavone e amici

LA GIUSTIZIA A COMANDO? IL DOPPIO STANDARD DI GHIRRA E GUERRINI SULLA “TERZIETÀ”

Quando la giustizia condanna gli altri, va celebrata come baluardo della democrazia. Quando invece tocca un giornalista “di area” o un esponente progressista, allora diventa sospetta, condizionata, o peggio ancora, frutto di un complotto politico. È il copione stanco e ipocrita che si sta ripetendo in questi giorni attorno alla sentenza che ha colpito per la prima volta in carriera Mario Guerrini, il quale ha avuto l’ardire di definirsi “vittima” di una magistratura non terza, perché il giudice onorario, a suo dire, sarebbe “simpatizzante della Meloni” su LinkedIn.

L’onorevole Francesca Ghirra (AVS), con un’interrogazione al Ministro della Giustizia, cavalca il caso come se ci si trovasse di fronte a un nuovo Dreyfus sardo, invocando lo spettro della persecuzione giudiziaria e agitando il vessillo della libertà di stampa. Peccato che, fino a ieri, gli stessi ambienti politici che oggi si indignano fossero i primi a dire, con aria severa e pedagogica: “Le sentenze si rispettano”. E allora, cos’è cambiato? Il principio o il condannato?

Ma entriamo nel merito. Guerrini è stato condannato per un articolo legato a un rimborso spese approvato da un’amministrazione di centrodestra. Una vicenda marginale, da cronaca amministrativa. Eppure è diventata, secondo Ghirra, il palcoscenico di un epocale scontro tra potere e libertà. In realtà, la questione è molto più semplice: un giudice, pur non togato, ha emesso una sentenza. Guerrini non si è accorto dei presunti conflitti d’interesse fino a dopo la condanna, e solo allora si è messo a frugare nei profili social del giudicante. L’astensione era stata chiesta? Sì. Accolta? No. E questo accade ogni giorno nei tribunali italiani. Il punto non è il giudice, ma il principio.

E allora viene da chiedersi: Guerrini e Ghirra hanno mai difeso con altrettanta veemenza le centinaia di imprenditori, amministratori, professionisti finiti nel tritacarne mediatico e giudiziario per colpa di delazioni infondate, esposti anonimi, veline di partito recapitate nottetempo in Procura? Chi tutela quelle vittime? Dove sono state le interrogazioni parlamentari per loro? Nessuna. Perché, in quel caso, la macchina del fango fa comodo. Fa comodo a chi deve colpire un avversario, a chi deve delegittimare un percorso politico o professionale, a chi deve zittire una voce libera.

A Nuoro, solo poche settimane fa, un caso emblematico: un sedicente delatore, Mariano Meloni, ha cercato di trascinare nel fango me e altri, inventando storie e costruendo accuse infondate. Il giudice e il pubblico ministero lo hanno smascherato. Ma quei giornalisti “di sistema” che oggi piangono per Guerrini non hanno scritto una riga su quella verità. Anzi, avevano già preparato i titoloni da sbattere in prima pagina contro i “colpevoli presunti” ancora prima che un giudice parlasse.

 https://www.loradidemolire.it/il-sospetto-come-arma-il-caso-meloni-il-dossier-fallito-e-la-dignita-infangata/

Il problema, dunque, non è la giustizia. È l’uso politico e strumentale che se ne fa. Oggi assistiamo a una farsa in due atti: prima si fabbrica la narrazione del giornalista perseguitato dal potere meloniano, poi si chiede al Ministro di intervenire per proteggere “la libertà di critica”. Ma la critica, per essere credibile, deve valere per tutti. Altrimenti diventa propaganda.

Se davvero vogliamo parlare di querele temerarie, allora iniziamo a parlare anche delle delazioni temerarie, delle calunnie su commissione, dei giornalisti che fanno da cassa di risonanza per dossier fasulli, delle Procure usate come clave da politicanti frustrati. Perché la libertà di stampa è sacra, ma non può essere il paravento dietro cui nascondersi quando si viene chiamati a rispondere delle proprie affermazioni.

Chi conosce il giornalismo vero, quello fatto di schiena dritta e inchieste vere, sa che le condanne possono arrivare, anche ingiuste. Ma la dignità si difende nei tribunali, non col vittimismo social o le interrogazioni d’appoggio. La verità, come la giustizia, non è una bandiera da sventolare solo quando soffia il vento giusto.

Guerrini farà appello? È un suo diritto. Ma risparmi almeno a noi la lezione di moralità. E Ghirra, prima di lanciare accuse alla magistratura, si ricordi che le sentenze, anche quando colpiscono un giornalista “amico”, si rispettano. Così, almeno, diceva prima di oggi.

Raimondo Schiavone 

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