Blog di Raimondo Schiavone e amici

Per non dimenticare. Mauro Pili, autoritratto di un uomo che ha sempre copiato

Trent’anni di carriera, quattro padroni, uno specchio che lui evita accuratamente.

C’è un tipo umano che la politica italiana produce in serie, e la Sardegna ne ha allevato un esemplare da manuale: il moralizzatore che non si è mai guardato allo specchio. Mauro Pili, oggi caporedattore de L’Unione Sarda, ex presidente della Regione, ex parlamentare, ex leader di un partito che porta più il suo nome che un’ideologia, è l’uomo che da trent’anni punta il dito contro gli altri con una sicurezza sconcertante per uno che, ripercorrendo la propria biografia, dovrebbe avere le mani costantemente occupate a coprirsi la faccia.

Proviamo a ripercorrerla, questa biografia. Con calma. Con tutte le date.

1991. Il ragazzo che si “tutelava”.

Comincia presto, Pili, a capire come funziona il mondo. Trent’anni, praticante da due a Sardegna 1, sta per affrontare l’esame di Stato che dovrebbe certificarlo giornalista professionista — quello vero, quello che si suppone garantisca al lettore che chi scrive è indipendente, verificato, degno di fiducia. Quell’anno l’esame italiano viene travolto da uno scandalo nazionale: un commissario, Antonio Amoroso, dell’Agenzia Italia, tiene su un computer una lista di circa trenta candidati da “riconoscere” nonostante l’anonimato della prova. La lista salta fuori per caso da una stampante del Senato. Carabinieri, sospensione della sessione, fascicolo alla Procura di Roma, Amoroso licenziato. L’intero esecutivo nazionale dell’Ordine dei Giornalisti si dimette in blocco il 16 novembre. Un piccolo Tangentopoli in salsa giornalistica.

Secondo la ricostruzione de l’Unità del 9 novembre 1991 tra i 28 nominativi della “lista Amoroso” compare proprio lui: Mauro Pili, che avrebbe fatto pervenire l’incipit del proprio elaborato sulla Conferenza di Madrid al commissario Amoroso tramite un altro giornalista sardo, Lucio Artizzu, consigliere dell’Ordine, così che chi doveva valutarlo “alla cieca” sapesse esattamente quale foglio fosse il suo. La sua giustificazione meriterebbe una cornice dorata: “Tutto è nato dall’esigenza di essere tutelato rispetto ad altri che lo erano più di me.” Tradotto dal linguaggio degli struzzi: lo fanno tutti, perché io no? Non proprio il manifesto etico che ci si aspetta da chi, tre decenni dopo, si ergerà a fustigatore di armatori, governi e “poteri forti”. Presentò le dimissioni da Sardegna 1, la redazione le respinse con solidarietà, e la carriera proseguì come se il fango non gli fosse mai arrivato alle caviglie.

1999. Il discorso fotocopiato, capolavoro di sciatteria

Otto anni dopo, neopresidente della Regione, il discorso più importante della carriera — le dichiarazioni programmatiche, il momento in cui un politico dovrebbe dimostrare di avere una visione. Pili non ce l’ha, la visione. Ha una fotocopiatrice. Copia pari pari il discorso di Roberto Formigoni, incluso un dettaglio che definire imbarazzante è generoso: annuncia che le province sarde, allora quattro, diventeranno undici — perché nel discorso lombardo rubato c’era scritto undici, e lui non si era nemmeno accorto di leggere un testo tarato su un’altra regione.

La difesa fu un poema. Prima Silvio Berlusconi in persona, che tirò in ballo la sua dattilografa — “errori della dattilografa”, disse il Cavaliere, come se la segretaria di Pili avesse un accordo di sublocazione testi con l’ufficio di Formigoni. Poi lui, Pili, con una faccia tosta da manuale: “Concetti e azioni che ho riportato integralmente perché integralmente li condivido.” Tradotto: sì, ho copiato, e allora? Da quel giorno Berlusconi smise di considerarlo il suo “numero due” a Roma. Il capogruppo di Forza Italia, per salvare il salvabile, derubricò le undici province a “spunti mutuati da altre regioni”. Spunti.

Da lì, la sua prima presidenza si trascina fino alla sfiducia (39 voti favorevoli, 40 contrari, dimissioni forzate). Torna nel 2001, e anche la seconda presidenza si trascina fino all’ennesima mozione di sfiducia nel 2003, sulla finanziaria, votata a scrutinio segreto — il modo più elegante che i colleghi hanno per pugnalarti senza guardarti in faccia. Due presidenze, due cadute. Il filo conduttore non è mai il coraggio delle proprie idee: è l’incapacità cronica di reggersi sulle proprie gambe senza qualcuno, più forte di lui, che gli tenga la scaletta.

2002. Il paladino dei sardi che affossa gli imprenditori sardi

Ed eccolo, l’episodio che smonta trent’anni di retorica identitaria con una data e un protocollo. Settembre 2002: è in corso la trattativa per l’acquisizione dell’intero patrimonio Starwood in Costa Smeralda — Cala di Volpe, Hotel Cervo, Romazzino, Pitrizza, marina, golf club — da parte di una cordata di imprenditori sardi (i Loi e Corbeddu di Orosei) sostenuta dalla SFIRS, la finanziaria della Regione. Un’operazione da 300-360 milioni di euro che avrebbe riportato il gioiello più prezioso dell’isola in mani sarde.

Chi la blocca? Lui. Di suo pugno, lettera autografa datata 24 settembre 2002, protocollo 0080/Gab-Vd: chiede alla SFIRS di ritirarsi, agitando lo spauracchio degli aiuti di Stato illegittimi secondo le regole UE. La SFIRS risponde freddamente, sei giorni dopo, che non stava facendo nulla di irregolare. Lui insiste. La SFIRS si ritira. A fine ottobre la trattativa esclusiva tra Starwood e i “sardo-veneti” salta definitivamente — e chi rientra in gioco, guarda caso, proprio in quei giorni? Tom Barrack, il finanziere californiano di Colony Capital, che “zitto zitto, portafogli alla mano” si riprende tutto. Marzo 2003: Starwood vende l’intera Costa Smeralda a Barrack per 290 milioni di euro. Non un euro sardo, non un euro veneto. Americani. Nel 2012 Barrack rivenderà tutto al fondo sovrano del Qatar. Oggi la Costa Smeralda è di proprietà qatariota — e l’uomo che urla da vent’anni contro “la Sardegna colonia” fu, quando poteva davvero incidere, quello che tolse i soldi pubblici sardi a chi provava a tenerla sarda.

Nel 2004 Mauro Pili è ormai all’opposizione. Alla guida della Regione c’è Renato Soru e uno dei primi terreni di scontro è quello dell’informatizzazione regionale, delle gare pubbliche e del progetto Visit Sardinia, il portale turistico avviato durante la precedente legislatura.

Pili attacca la nuova Giunta sulla gestione degli appalti informatici, arriva in Consiglio regionale «carte alla mano» e contesta anche i rapporti tra la Regione e società riconducibili al settore nel quale Soru aveva costruito la propria attività imprenditoriale. Ma nella stessa seduta si trova anche a dover difendere ciò che era stato fatto quando a governare era lui.

I sardi non dimenticano: Pili alla guida della Regione fu una catastrofe

Il fallimento politico di Mauro Pili fu netto e senza attenuanti. In appena venti mesi dissipò le 150 mila preferenze ricevute, dimostrandosi incapace di trasformare il consenso personale in autorevolezza e governo. Durante la sua presidenza la Sardegna perse posti di lavoro, industria e prospettive, mentre la Giunta non produsse riforme né risultati concreti. Quando la maggioranza si sgretolò, Pili non seppe ricostruirla politicamente e tentò di barattare voti con assessorati, trascinando la crisi nella speranza del voto anticipato. Non fu vittima dei suoi alleati: fu il principale responsabile della propria caduta. Uscì di scena dopo una presidenza vuota, dominata da proclami, immobilismo e ambizione personale. Le dimissioni furono l’epilogo inevitabile di un’esperienza che aveva fallito su ogni terreno, lasciando dietro di sé soltanto macerie politiche.

2013. Il portaborse più famoso della storia del calcio italiano

Dieci anni dopo, Pili non è più presidente ma deputato, e si reinventa crociato anti-sistema. Nel febbraio 2013 entra nel carcere di Buoncammino per visitare Massimo Cellino, presidente del Cagliari appena arrestato per la vicenda dello stadio di Is Arenas. Ci va prima con Sergio Zuncheddu — sì, il futuro editore de L’Unione Sarda, che sette anni dopo gli darà le chiavi del giornale — fatto passare come suo “collaboratore” sul modulo d’ingresso. Il giorno dopo ci torna con Gigi Riva. Gigi Riva. L’uomo più amato di Sardegna, campione del mondo di Italia ’70, fatto firmare anche lui come “collaboratore” del deputato, pur di aggirare le regole d’accesso al carcere riservate ai soli parlamentari e al loro staff.

Risultato: la vicenda finisce davanti alla Procura di Cagliari. Pili viene processato per falso, mentre le posizioni di Gigi Riva e Sergio Zuncheddu vengono archiviate già durante le indagini: secondo la Procura, i due non erano consapevoli di concorrere nell’eventuale reato contestato al parlamentare.

Il processo contro Pili, invece, arriva a sentenza. Il 4 novembre 2016 il Tribunale di Cagliari lo condanna in primo grado a quattro mesi di reclusione, con pena sospesa, per falso ideologico. Il pubblico ministero Gaetano Porcu aveva chiesto un anno. Secondo l’accusa, Pili aveva qualificato come collaboratori persone che non appartenevano al suo ufficio per consentire loro di accompagnarlo nelle visite a Massimo Cellino. La difesa sostenne una ricostruzione opposta: Pili non avrebbe mai dichiarato che Riva e Zuncheddu fossero suoi collaboratori, ma semplicemente accompagnatori, e il modulo utilizzato dall’amministrazione penitenziaria sarebbe stato generico e ambiguo. L’avvocato Pasqualino Federici annunciò immediatamente appello.

La cosa più gustosa, quella che nessun avversario politico di Pili sembra aver mai notato: nella stessa retata giudiziaria del 2013 c’è Sergio Zuncheddu. Prima uniti in un’indagine per falso, poi — sette anni dopo — capo e caporedattore. Che bella cosa, la fiducia tra galantuomini che si sono già visti insieme davanti a un pubblico ministero.

Sette anni dopo quella visita a Buoncammino, le strade di Sergio Zuncheddu e Mauro Pili si incrociano di nuovo, questa volta senza tribunali di mezzo. Il 4 luglio 2020 è lo stesso Zuncheddu, editore de L’Unione Sarda, ad annunciare con un editoriale l’ingresso di Pili nella redazione. Non come semplice collaboratore. Pili, che già da alcuni mesi firmava inchieste per il quotidiano, viene assunto come caporedattore con la responsabilità di «sviluppare e coordinare inchieste regionali e locali multimediali» e di curare giornalisticamente la presenza sui social de L’Unione Sarda, Videolina e Radiolina.

L’editoriale è interessante anche per un’altra ragione. Zuncheddu sente il bisogno di affrontare esplicitamente il passato politico del nuovo caporedattore e scrive che Pili aveva lasciato «da tempo» l’attività politica ed era consapevole della sua incompatibilità con la professione giornalistica. È dunque l’editore in persona a certificare pubblicamente il passaggio di Pili dalla politica al giornalismo e ad affidargli proprio il settore delle inchieste, quello nel quale negli anni successivi avrebbe condotto alcune delle campagne più aggressive del quotidiano.

Nel 2013 Zuncheddu accompagna Pili nella controversa visita a Cellino, uscendone poi senza conseguenze penali; nel 2020, da editore, è lui a scegliere Pili per un ruolo redazionale di primo piano e a presentarne personalmente l’arrivo ai lettori.

2015-2022. La crociata a noleggio

Da deputato prima e da leader di Unidos poi, Pili scopre la sua vocazione definitiva: il flagello degli armatori. Anni di guerra contro Vincenzo Onorato, patron di Moby-Tirrenia — comunicati di fuoco, petizioni con decine di migliaia di firme, esposti al Garante della concorrenza. Il popolo applaude, e ha pure ragione: sulle rotte marittime sarde di scandali veri ce ne sono a bizzeffe. Ma nel settembre 2018 Onorato lo querela per diffamazione, chiedendo venti milioni di danni, e nella querela mette nero su bianco un’accusa pesante: le parole di Pili sarebbero sovrapponibili, sillaba per sillaba, a quelle di Guido Grimaldi — il concorrente diretto di Onorato nel mercato dei traghetti. Il paladino del popolo sardo, secondo l’accusa, altro non sarebbe stato che il megafono a noleggio di un armatore contro un altro. Il Tribunale di Milano lo assolve nel 2022: “il fatto non sussiste”. Ma un’accusa così specifica, da chi lo querela per venti milioni, un dubbio legittimo lo lascia comunque sul tavolo: ogni volta che Pili si scaglia contro un potente, c’è sempre, dietro l’angolo, un potente più grande che gli tiene la scaletta?

2003-2024. Il capolavoro dell’incoerenza: l’eolico

Dal 2021 in poi, Mauro Pili si trasforma nel volto della crociata anti-eolica sarda. Le sue parole non lasciano spazio a sfumature: “violenza di Stato”, “devastazione”, “sfregio”, riferite in particolare al progetto Erg Wind nei pressi della basilica di Saccargia, tra Ploaghe e Nulvi. Battaglie, cortei, “il popolo di Saccargia”, articoli su articoli sull’Unione Sarda contro “gli speculatori” e “le lobby dell’energia”.

Poi, nel luglio 2024, Il Fatto Quotidiano — firma di Mauro Lissia — tira fuori un documento che dovrebbe essere incorniciato all’ingresso della redazione dell’Unione Sarda: la delibera della Giunta regionale del 29 luglio 2003, presieduta da Mauro Pili, che diede il via libera proprio a quegli impianti eolici della Erg Wind nella stessa identica zona, ritenendoli all’epoca compatibili con il paesaggio. Quella delibera è rimasta, secondo la ricostruzione del quotidiano, uno degli atti amministrativi alla base della situazione attuale — al punto che il successivo “repowering” degli impianti ha ottenuto il via libera definitivo anche della giustizia amministrativa, appoggiandosi su un’autorizzazione che porta la sua firma. Pili ha risposto pubblicamente sostenendo che si trattasse solo di una “presa d’atto” di un processo amministrativo già in capo a Comuni e Soprintendenze, bollando chi gliela rinfacciava come “servi sciocchi al guinzaglio di potentati”. Sarà. Ma resta il fatto: il nome sulla delibera del 2003 è il suo, e vent’anni dopo accusa gli altri di fare esattamente quello che la sua Giunta autorizzò per prima.

2020. Il dossier sulle “bugie” contro i migranti algerini

Nel settembre 2020, l’associazione sarda A.S.C.E. (Associazione Sarda Contro l’Emarginazione) pubblica un dossier — intitolato “Manuale giornalistico di violazione della deontologia professionale” — dedicato a tre articoli firmati da Pili sull’Unione Sarda riguardo alle rotte migratorie dall’Algeria. L’accusa, testuale: gli articoli contengono “bugie, omissioni, imprecisioni, confusioni, trucchi retorici, mistificazioni, contenuti diffamatori e disumanizzanti verso la popolazione algerina”. Il dossier sostiene che Pili avrebbe spacciato per “fonti riservate” contenuti liberamente reperibili su internet, e distorto concetti giuridici come quello di Zona Economica Esclusiva per dare un tono scandalistico agli articoli, chiedendo l’apertura di un’istruttoria deontologica. Si tratta di un’accusa di un’associazione, non di una sanzione dell’Ordine.

2020 – La suggestione del latitante Graziano Mesina rifugiato in Corsica

Era il luglio del 2020, con i capelli al vento e la Corsica alle spalle, Mauro Pili costruì attorno alla latitanza di Graziano Mesina una suggestione destinata a fare rumore: Grazianeddu poteva essersi rifugiato nell’isola gemella. A sostegno della tesi richiamò i legami storici tra il banditismo sardo e la Corsica, in passato terra di riparo per altri latitanti, dedicando al tema una serie di articoli. L’ipotesi venne proposta con grande enfasi, quasi che gli indizi disponibili conducessero inevitabilmente oltre le Bocche di Bonifacio. Ma di elementi decisivi, almeno pubblicamente, non ne emersero. La narrazione finì così per assumere i contorni di uno scoop costruito più sulla suggestione che sulla prova. Una pista mediatica amplificata e rilanciata, capace di alimentare aspettative e clamore. I fatti, però, presero tutt’altra direzione e la realtà impiegò diciassette mesi a presentare il conto. Il 18 dicembre 2021 Mesina non venne scovato in un eremo corso, né a Porto Vecchio, né oltre le Bocche: i Carabinieri lo trovarono a Desulo, nel cuore della Sardegna. La spettacolare pista corsa si dissolse così davanti al più semplice dei fatti. Grazianeddu era rimasto sull’Isola, mentre lo “scoop” aveva già preso il largo.

2024. L’Ordine dei Giornalisti bussa di nuovo

Quattro anni dopo, stesso film. Nell’agosto 2024, nel pieno della campagna dell’Unione Sarda contro le rinnovabili, il partito Sinistra Futura invia un esposto formale al presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Sardegna, chiedendo di sanzionare il direttore Emanuele Dessì e il caporedattore Mauro Pili per una “campagna di disinformazione” a senso unico, accusando la linea editoriale di ignorare “anni di silenzio omertoso” della stessa Unione sui progetti già autorizzati dalla giunta precedente — cioè, va detto, dalla stessa amministrazione di cui Pili faceva parte nel 2003. Il comitato di redazione risponde parlando di “censura” politica; l’editore Zuncheddu scende in campo di persona a difendere la linea. L’esposto viene archiviato dall’Ordine — Zuncheddu lo rivendica come vittoria. Ma il fatto resta: in quattro anni, il “giornalista” Mauro Pili è finito nel mirino di un esposto deontologico formale, su temi diversi (migranti, energia), con la stessa identica accusa di fondo: usare il giornalismo come clava per un’agenda che è politica, non informativa.

Le mezze verità sulla Manifattura Tabacchi

Mauro Pili può rivendicare una parte del merito, ma non la paternità esclusiva del ritorno della Manifattura Tabacchi alla Regione come ha fatto qualche giorno fa sui propri canali social. Attribuirsi oggi l’intero risultato significa trasformare una vicenda istituzionale complessa nella solita mezza verità che finisce per assomigliare molto a una bugia.

La battaglia parte tra il 2002 e il 2003, quando la vendita a Fintecna viene contestata dalla Regione e si mobilitano in Parlamento esponenti sardi di diversi schieramenti. Nel febbraio 2003 il Parlamento stralcia la Manifattura dall’elenco degli immobili alienabili, riconoscendo il peso dell’articolo 14 dello Statuto sardo. Durante la presidenza Pili arrivano iniziative politiche e giudiziarie importanti, fino al sequestro dell’immobile e alla sua affidamento in custodia alla Regione: questo è il suo pezzo di merito, e nessuno glielo nega.

Ma Pili lascia la Presidenza nell’agosto 2003: la vicenda attraversa poi la presidenza di Italo Masala e continua con Renato Soru, mentre il contenzioso con lo Stato resta aperto. Ed è proprio la Giunta Soru, nel settembre 2006, ad approvare la soluzione transattiva con l’Agenzia del Demanio che porta alla formale acquisizione della Manifattura al patrimonio regionale.

Quindi il risultato è figlio di più presidenti, più governi regionali, iniziative parlamentari trasversali e di una lunga battaglia amministrativa e giudiziaria, non dell’azione solitaria di un uomo. Per chi fa il giornalista e ama definirsi “inchiestista”, cancellare questi passaggi è particolarmente grave: le fonti si verificano e i meriti si attribuiscono per quello che sono. Raccontare solo il proprio pezzo come se fosse l’intera storia non è ricostruire i fatti: è riscriverli lasciando fuori, molto convenientemente, il lavoro degli altri. Siamo di fronte al solito metodo di Pili: molte bugie, molte mezze verità.

Il ritratto finale

Trentatré anni, dal 1991 a oggi. Una lista di raccomandati all’esame che doveva certificarlo indipendente. Un discorso da presidente copiato da un collega di un’altra regione, con tanto di refuso sulle province che nessuno si accorse di correggere. Una lettera autografa che affossa una cordata sarda in Costa Smeralda e la consegna, di fatto, ad americani e poi al Qatar. Gigi Riva, campione d’Europa e simbolo di un’intera isola, coinvolto suo malgrado nella controversa visita a Cellino; una condanna in primo grado per falso ideologico, pronunciata nel 2016 e impugnata dalla difesa.

Una querela da venti milioni con l’accusa di fare da megafono a un armatore contro un altro. Una delibera del 2003 che autorizza l’eolico che oggi condanna con toni da crociata. Due esposti deontologici in quattro anni. Un editore-datore di lavoro con un passato giudiziario mai sfiorato da una sua inchiesta.

Non serve inventare niente su Mauro Pili. Basta mettere in fila, con le date, quello che ha già fatto lui — con le sue mani, la sua fotocopiatrice, e una capacità sorprendente di dimenticare tutto quello che lo riguarda ogni volta che deve indicare il dito contro qualcun altro.

Raimondo Schiavone 

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