C'è una categoria di ingiustizia che non compare mai nei manuali di diritto, perché non ha una definizione tecnica, e tuttavia chiunque abbia attraversato un procedimento giudiziario sa riconoscerla immediatamente: è l'ingiustizia che si produce quando la responsabilità formale, quella che un tribunale può accertare e sanzionare, finisce per coincidere solo per approssimazione con la responsabilità reale, quella che si distribuisce lungo una catena di verifiche, controlli, sottoscrizioni e attestazioni che nessuno, alla fine, sembra disposto a condividere fino in fondo.
Prendiamo un caso, per pura ipotesi di scuola, che è poi il modo più elegante che la lingua italiana ha inventato per parlare di qualcosa di molto concreto senza doverlo indicare col dito. Immaginiamo che una persona firmi un atto amministrativo — una nomina, poniamo — dopo che quell'atto sia stato istruito, verificato, controllato e infine certificato conforme da uffici e strutture il cui compito istituzionale è esattamente quello di garantire, a monte, che i requisiti richiesti sussistano. Immaginiamo che, anni dopo, un giudice stabilisca che quei requisiti in realtà mancavano, e che la responsabilità di questa mancanza ricada, per intero o quasi, su chi ha firmato per ultimo, come se l'ultima firma fosse anche l'unica firma, come se la catena di controlli che l'ha preceduta si fosse dissolta nel momento stesso in cui ha prodotto l'effetto desiderato — cioè rassicurare chi doveva decidere.
Il paradosso, a questo punto, non è più solo giuridico: diventa quasi geografico. Perché accade — e qui la vicenda supera la fantasia e sconfina nel grottesco — che la persona condannata si trovi a risarcire proprio quell'ente presso il quale prestano ancora servizio, indisturbati, i medesimi dirigenti che quella documentazione l'avevano predisposta, controllata e vidimata. Non si tratta di un dettaglio marginale: è il cuore del problema. È la dimostrazione plastica di come il sistema sappia individuare, con encomiabile efficienza, l'anello finale della catena, e sappia invece perdere completamente interesse per tutti gli anelli precedenti, quelli meno esposti, meno fotografabili, meno utili a costruire un titolo.
A questo si aggiunga un ulteriore livello di stratificazione, perché la vicenda in questione non si esaurisce in un solo procedimento, ma si moltiplica in una sequenza di filoni paralleli — una pronuncia della magistratura contabile, ancora impugnabile e dunque non definitiva; un diverso giudizio, relativo a un'altra nomina, concluso con esito sfavorevole; e poi, sullo sfondo, procedimenti penali ancora in corso, che per definizione non hanno ancora prodotto alcun accertamento di colpevolezza, ma che già producono, nel frattempo, tutti gli effetti reputazionali di una condanna anticipata. È esattamente il meccanismo che ho già provato a descrivere altrove: il fatto giudiziario si consuma in un istante, il racconto che ne deriva si dilata a dismisura, e la reputazione che ne residua sopravvive, spesso, a entrambi.
Ciò che rende questa vicenda particolarmente istruttiva, tuttavia, non è soltanto la sproporzione tra responsabilità accertata e responsabilità percepita. È il fatto che essa costituisca un caso da manuale di quella che potremmo chiamare la prova di simmetria applicata alla catena decisionale. Se un atto amministrativo richiede istruttoria, verifica e attestazione da parte di più uffici prima di giungere alla firma finale, allora la domanda da porsi, con onestà, è se il diritto debba fermarsi all'ultima mano che ha firmato o se non debba invece risalire, con la stessa energia, a tutte le mani che hanno preceduto quella firma rendendola possibile. Se la risposta cambia a seconda di chi sia il soggetto coinvolto — se siamo rigorosi quando si tratta di inseguire l'ultimo anello e distratti quando si tratterebbe di risalire agli anelli precedenti — allora il problema, ancora una volta, non riguarda la giustizia in sé, ma l'uso selettivo che se ne fa.
Non è un'affermazione di innocenza, perché non spetta a chi scrive stabilirla, e neppure un atto di sfiducia verso la magistratura, che ha strumenti — l'appello, tra questi — per correggere le proprie stesse decisioni. È, più semplicemente, un invito a guardare con maggiore attenzione a ciò che sta prima della firma, prima del titolo di giornale, prima del giudizio sommario che la collettività emette leggendo tre righe su uno schermo. Perché finché la responsabilità continuerà a fermarsi dove è più comodo farla fermare, e non dove effettivamente si è generata, continueremo a chiamare giustizia qualcosa che, a ben guardare, le assomiglia soltanto.
Raimondo Schiavone














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