Blog di Raimondo Schiavone e amici

Governare la Sardegna

Qualche giorno fa un amico mi ha rivolto una domanda in apparenza semplice: «Ma tu, oggi, vedi qualcuno che potrebbe ricoprire un ruolo importante nel sistema istituzionale regionale?».
La domanda era nata da una conversazione piuttosto amara sulla qualità del governo della nostra terra. Non mi riferisco soltanto a quello attuale, poiché sarebbe fin troppo facile, comodo e persino intellettualmente disonesto ridurre tutto alla contingenza politica del momento. Il problema, almeno per come lo vedo io, viene da più lontano: riguarda gli ultimi anni, forse gli ultimi decenni, e attiene soprattutto al progressivo impoverimento del concetto stesso di classe dirigente.
Non seppi rispondere e, cosa piuttosto rara per me, decisi di non improvvisare. Quando si parla delle qualità degli altri è molto facile scivolare nella supponenza: distribuire patenti di capacità, intelligenza, coraggio o mediocrità è uno degli esercizi preferiti di una società nella quale tutti sembrano possedere la soluzione dei problemi, purché a doverla applicare sia qualcun altro.
Così ci ho riflettuto per alcuni giorni, cercando mentalmente nomi, storie, percorsi ed esperienze, e mi sono reso conto di una cosa che dovrebbe essere ovvia: in Sardegna esistono moltissime persone preparate. Ci sono uomini e donne con titoli di studio importanti, con esperienze professionali di altissimo livello, con competenze tecniche, conoscenza delle istituzioni e capacità manageriali. Sono persone che hanno costruito aziende, diretto strutture complesse, insegnato nelle università, lavorato nella ricerca, amministrato organizzazioni e affrontato mercati internazionali.
Il capitale umano, dunque, non manca. Ma il punto è esattamente questo: non basta. Abbiamo finito per convincerci che la competenza sia sufficiente a costruire una classe dirigente, mentre non lo è. La competenza è una condizione necessaria, talvolta persino indispensabile, ma resta soltanto il punto di partenza. Si può conoscere perfettamente una macchina amministrativa senza avere la minima idea di dove portarla. Si possono padroneggiare leggi, regolamenti, procedure, bilanci e programmi europei senza possedere una visione della società. Si può vantare un curriculum impeccabile senza aver mai pronunciato, nel corso della propria vita, un pensiero realmente libero.
Ed è qui che la domanda si fa molto più complicata. Per governare una terra non serve soltanto qualcuno che sappia amministrarla: serve qualcuno che sappia immaginarla, e la differenza è enorme. Un buon amministratore può gestire ciò che esiste, mentre una classe dirigente deve avere il coraggio di costruire ciò che ancora non esiste. Deve saper sognare senza diventare visionaria nel senso peggiore del termine e guardare oltre l'orizzonte immediato senza perdere il contatto con la realtà. La grande politica è esattamente questo: la capacità di trasformare un'idea di futuro in una successione concreta di decisioni presenti.
Serve poi la libertà, parola molto utilizzata e molto poco praticata. Intendo la libertà di pensiero prima ancora di quella di azione: la capacità di non domandarsi, davanti a ogni decisione, chi potrebbe offendersi, quale equilibrio rischi di rompersi, quale corrente potrebbe contrariarsi, quale gruppo di interesse potrebbe reagire o quale alleato potrebbe sentirsi trascurato. Una persona davvero libera non è quella che non ascolta nessuno, ma quella che ascolta tutti e poi decide con la propria testa, ed è una qualità molto più rara di quanto si pensi.
Il nostro sistema politico e istituzionale ha infatti trasformato progressivamente la prudenza in una virtù assoluta: non disturbare, non rompere gli equilibri, non esporsi troppo, non pronunciare parole definitive, non assumere decisioni che possano creare nemici. Abbiamo così costruito generazioni di amministratori abilissimi nel sopravvivere e assai meno allenati a governare. Governare, invece, significa inevitabilmente scegliere, e scegliere significa escludere alternative, dire talvolta di no, assumersi il rischio di avere torto. La politica contemporanea sembra al contrario aver sviluppato una singolare ossessione per la decisione reversibile: si decide senza decidere, si annuncia senza realizzare, si programma senza scegliere, si media fino al punto in cui della scelta originaria non rimane più nulla.
Poi viene il coraggio, forse la qualità più difficile da trovare. Non intendo il coraggio muscolare delle dichiarazioni roboanti, dei pugni battuti sui tavoli o dei post indignati sui social network, che costa pochissimo, bensì quello autentico e silenzioso. È il coraggio di prendere una decisione impopolare quando la si ritiene giusta, di dire a un amico che non possiede le capacità necessarie per ricoprire un incarico, di scegliere il migliore anche quando non appartiene alla propria cerchia, di perdere consenso e, soprattutto, di perdere qualcosa. È facile essere coraggiosi quando non si rischia nulla, molto meno quando una scelta può costare una carriera, un incarico, un'alleanza o un rapporto personale; ed è proprio in quel momento che si misura la statura di una persona.
Serve inoltre la linearità, ossia sapere chi si è e possedere una struttura ideale abbastanza solida da non modificarsi ogni volta che cambia il vento. Ciò non equivale a rigidità, perché le persone intelligenti cambiano idea quando cambiano i fatti, ma tra il cambiare idea e il cambiare convenienza corre una differenza enorme. Una classe dirigente credibile deve avere alcuni punti fermi, principi riconoscibili, un'identità leggibile. Dovremmo poter osservare il comportamento di una persona nel tempo e riconoscervi una coerenza di fondo, non perché non abbia mai sbagliato, ma perché sappiamo in quale direzione sta andando.
Infine c'è una qualità della quale si parla pochissimo: il fascino della personalità. Qualcuno sorriderà, eppure conta. Non parlo di bellezza, di eleganza o di capacità teatrale, ma di quella particolare forma di autorevolezza che alcuni possiedono e altri no. È la capacità di entrare in una stanza e modificarne, quasi impercettibilmente, l'equilibrio, di parlare e farsi ascoltare senza alzare la voce, di convincere senza imporre, di generare fiducia e di trascinare, di far credere che un obiettivo apparentemente impossibile possa diventare raggiungibile. La leadership contiene inevitabilmente una componente emotiva, perché gli esseri umani non seguono i curriculum: seguono altri esseri umani.
È probabilmente per questo che, dopo alcuni giorni di riflessione, continuo ad avere difficoltà a rispondere alla domanda del mio amico. In Sardegna non mancano le persone intelligenti, che sono molte, né le competenze, che sono moltissime: ciò che fatico a trovare è la combinazione. Competenza e visione, preparazione e libertà, intelligenza e coraggio, esperienza e capacità di sognare, autorevolezza e indipendenza, concretezza e immaginazione.
Forse pretendiamo troppo. Oppure, ed è il dubbio che considero più interessante, abbiamo preteso troppo poco per troppo tempo. Abbiamo confuso la capacità di costruire consenso con quella di costruire futuro e scambiato per leadership la semplice permanenza nei luoghi del potere. Abbiamo premiato la prudenza, la fedeltà, l'appartenenza e l'abilità nel galleggiare, per poi stupirci scoprendo che chi impara magnificamente a galleggiare raramente possiede anche il coraggio di scegliere una direzione.
La domanda del mio amico, dunque, resta senza risposta. Ma forse la domanda giusta non è nemmeno «Chi potrebbe governare questa terra?»; dovremmo piuttosto chiederci quale meccanismo sociale, culturale e politico sia capace di far emergere le persone migliori. Potrebbe persino accadere che quella persona esista già: che lavori ogni giorno in un'impresa, in un'università, in uno studio professionale, in un laboratorio, in una scuola, in un ospedale o in una piccola comunità, che sia dotata di idee, competenze, coraggio e visione, e che tuttavia non abbia alcuna intenzione di entrare in un sistema nel quale, per giungere al punto in cui potrebbe finalmente cambiare qualcosa, rischierebbe prima di dover cambiare se stessa.
Ed è forse questo il problema più serio: non sapere se abbiamo ancora persone capaci di guidare questa terra, ma domandarci se il sistema che abbiamo costruito sia ancora in grado di riconoscerle.
Raimondo Schiavone 

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