Sessantamila persone in ventiquattr'ore, almeno sessantasette morti nel breve tratto di mare che separa Fnideq da Ceuta, migliaia di corpi che si sono gettati contro le barriere di un confine che l'Europa continua a immaginare come una linea astratta tracciata sulle carte geografiche piuttosto che come la soglia reale di una tragedia umana consumata quotidianamente: questo è, nella sua nuda essenza fattuale, ciò che è accaduto negli ultimi giorni sull'exclave spagnola incastonata nel territorio marocchino, ed è a partire da questi numeri, e non dalle convenienze elettorali di chi li strumentalizza, che bisognerebbe cominciare a ragionare.
E invece no. Invece assistiamo, puntuali come sempre, alla solita sceneggiata delle destre populiste europee, che si affannano a trasformare una crisi umanitaria di proporzioni bibliche nell'ennesimo terreno di scontro interno per stabilire chi, tra i vari competitori della destra radicale continentale, sappia mostrarsi più duro, più intransigente, più "sovranista" nei confronti di un fenomeno migratorio che non controllano, non comprendono e, soprattutto, non hanno alcuna reale intenzione di affrontare nella sua complessità strutturale. Il governo Meloni, con la sospensione degli accordi di Schengen nei confronti della Spagna, non ha fatto altro che l'ennesimo gesto di pura scenografia politica, un atto simbolico privo di qualunque efficacia reale sul piano dei flussi migratori, ma dotato di un'enorme capacità di produrre consenso tra un elettorato educato, giorno dopo giorno, a temere l'altro come minaccia esistenziale piuttosto che a comprenderlo come conseguenza di squilibri geopolitici che affondano le radici altrove.
Perché qui sta il punto che nessuno, nel dibattito pubblico italiano, ha il coraggio o l'onestà intellettuale di sollevare con la dovuta chiarezza: da Ceuta, che è territorio geograficamente africano per quanto amministrativamente spagnolo, non si può salire su un traghetto diretto in Europa continentale senza documenti regolari. Chiunque abbia una minima infarinatura di geografia politica lo sa. La sospensione di Schengen nei confronti della Spagna, dunque, non impedisce alcun arrivo fisico di persone sul suolo italiano attraverso quella rotta, semplicemente perché quella rotta, per come è strutturata amministrativamente l'exclave, non produce arrivi diretti sul territorio italiano in tempi brevi. È provvedimento manifesto, propaganda pura destinata al consumo interno, cinicamente calibrata sui ritmi dei telegiornali della sera piuttosto che sulla logica dei flussi reali.
Nel frattempo, mentre la destra italiana si esercita in questa disputa intestina su chi sventoli con più veemenza la bandiera della fermezza, il vero attore geopolitico della vicenda, ovvero il Marocco, gioca la sua partita con un cinismo che meriterebbe ben altra attenzione analitica. Rabat non è un attore neutrale né tantomeno passivo: la gestione dei flussi migratori verso le exclavi spagnole è da anni, per il regno una leva negoziale nei rapporti con Madrid e con Bruxelles, uno strumento di pressione diplomatica utilizzato con freddezza calcolata ogniqualvolta gli interessi marocchini, dal Sahara Occidentale ai finanziamenti europei, richiedono di essere ricordati con maggiore incisività ai propri interlocutori continentali. Che dietro questa gestione si intreccino interessi più ampi, riconducibili agli equilibri mediterranei e mediorientali che vedono Washington e Tel Aviv sempre più coinvolti nella stabilizzazione, o destabilizzazione, delle rotte migratorie nordafricane come strumento di pressione sull'Europa, è un'ipotesi che la mia analisi geopolitica ritiene tutt'altro che peregrina, per quanto le fonti ufficiali, va detto onestamente, individuino nell'immediato la causa scatenante in una sentenza della Corte Suprema spagnola sui respingimenti in mare, oltre che nelle celebrazioni per l'anniversario dell'ascesa al trono di Mohammed VI.
Resta il fatto, ed è un fatto che nessuna propaganda governativa può cancellare: l'Europa è sotto attacco, ma non nel modo raccontato dai propagandisti nostrani. È sotto attacco nella sua capacità di elaborare una politica migratoria comune, seria, fondata sulla realtà e non sulla paura; è sotto attacco nella sua credibilità istituzionale, incapace di distinguere tra gestione dell'emergenza e sfruttamento elettorale della stessa; è sotto attacco, infine, nella sua dignità morale, quella che dovrebbe imporre di contare prima i sessantasette morti nello stretto e poi, semmai, discutere di Schengen.
Raimondo Schiavone














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