Viviamo nell'epoca d'oro del buffone diventato sovrano.
Non è una novità assoluta, naturalmente, perché le corti hanno sempre avuto i loro giullari e la politica ha sempre avuto una componente teatrale. La differenza è che una volta il buffone stava accanto al re, aveva il compito di divertirlo e, qualche volta, persino il privilegio di potergli dire ciò che nessun altro osava dirgli. Oggi il buffone ha fatto carriera: ha licenziato il re, si è seduto sul trono e continua a comportarsi come se fosse ancora sul palcoscenico.
Non abbiamo più soltanto politici che recitano, ma performer che governano, ed è una differenza tutt'altro che secondaria: il politico tradizionale utilizzava lo spettacolo per conquistare il potere, mentre il nuovo leader populista utilizza il potere per continuare lo spettacolo. Deve stupire ogni giorno, provocare ogni settimana, inventare continuamente un nemico, una frase, un gesto, possibilmente un oggetto di scena, perché la politica non deve più necessariamente produrre risultati: deve produrre contenuti.
Donald Trump ne è probabilmente il maestro assoluto, al punto che non governa semplicemente gli Stati Uniti: li conduce, come un programma televisivo di cui è al tempo stesso autore, conduttore e prima notizia.
La Casa Bianca è diventata contemporaneamente studio televisivo, agenzia immobiliare, account social e palcoscenico permanente, dove il Canada può diventare il cinquantunesimo Stato, la Groenlandia può entrare nell'immaginario geopolitico americano come se fosse un terreno edificabile particolarmente interessante, e i dazi possono essere annunciati, modificati, minacciati e trasformati in una gigantesca roulette commerciale. La diplomazia, con Trump, ha acquisito la leggerezza di una televendita e la prevedibilità di una puntata del Grande Fratello: nessuno sa esattamente cosa succederà, ma tutti sanno che qualcuno verrà nominato, insultato o eliminato.
Il capolavoro consiste proprio in questo: rendere indistinguibile la battuta dalla minaccia. Quando Trump parla del Canada, della Groenlandia o di qualsiasi altra parte del pianeta, ambasciatori, governi, mercati e analisti sono costretti a porsi la domanda più umiliante che la diplomazia contemporanea conosca — sta scherzando oppure no? — e già il fatto che questa domanda debba essere formulata racconta molto più della risposta stessa. Un tempo gli uffici diplomatici studiavano trattati, rapporti militari e documenti riservati; oggi devono interpretare meme.
Poi c'è Volodymyr Zelensky, forse il caso più perfetto di fusione tra finzione e realtà, dato che prima di diventare presidente interpretava in televisione proprio un uomo qualunque che diventava presidente. La realtà, evidentemente a corto di sceneggiatori, ha deciso di acquistare il format.
Poi è arrivata la guerra e la commedia si è trasformata in tragedia, mentre Zelensky costruiva attorno alla propria figura una comunicazione potentissima fatta di barba, maglietta o felpa militare, colori austeri, collegamenti video e discorsi ai parlamenti occidentali: una sorta di presidenza prêt-à-porter da tempo di guerra, immediatamente riconoscibile in qualsiasi fotografia del pianeta. Persino l'abbigliamento è diventato geopolitica, tanto che alla Casa Bianca si è arrivati al punto che la questione se Zelensky dovesse presentarsi o meno in abito formale è diventata materia di discussione diplomatica, e nel successivo incontro dell'agosto 2025 il presidente ucraino si presentò infatti con un abbigliamento più formale, pur senza cravatta, dopo le polemiche della visita precedente.
Pensiamoci: Europa in guerra, migliaia di morti, missili, territori contesi, rischio nucleare, equilibri mondiali da ricostruire — e una parte della conversazione internazionale riguardava la giacca di Zelensky. Nemmeno Totò avrebbe osato tanto.
E poi è arrivato El Tigre. Abelardo de la Espriella, avvocato mediatico, imprenditore, personaggio televisivo, outsider senza precedenti incarichi pubblici, è diventato presidente della Colombia e si è insediato il 7 agosto 2026, e uno che si fa chiamare El Tigre parte già avvantaggiato nel campionato mondiale della sobrietà istituzionale.
La campagna elettorale, però, è stata ancora più interessante: grande investimento sui social, influencer, calciatori, raduni simili a concerti pop, droni, maxischermi, video prodotti con intelligenza artificiale, e persino un veicolo blindato con struttura trasparente che qualcuno ha prontamente ribattezzato "tigermobile". Nel merchandising della campagna si potevano acquistare gadget fino ad arrivare a una statua con testa di tigre nei colori colombiani e a un costoso orologio; mancava soltanto l'action figure snodabile del presidente con megacarcere incorporato.
Sul piano politico, infatti, El Tigre non ha deluso il personaggio: dieci megacarceri, linea durissima contro la criminalità, ritorno delle fumigazioni aeree delle coltivazioni di coca, novanta decreti annunciati per l'avvio del governo — la politica trasformata definitivamente in trailer. "Quest'estate, un uomo solo contro il narcotraffico." Voce profonda. Ruggito della tigre. Drone sopra la folla. Maxischermo. Titoli di coda.
Naturalmente non poteva mancare Javier Milei: se Trump è il reality e Zelensky è la serie drammatica, Milei è il teatro dell'assurdo, e la motosega è diventata il simbolo fisico della sua concezione politica — non una metafora raccontata durante un convegno di economia, ma proprio una motosega. Perché spiegare per quaranta minuti la teoria della riduzione della spesa pubblica quando puoi salire su un palco brandendo un utensile da boscaiolo?
La motosega, del resto, ha avuto persino una carriera internazionale: Milei ne regalò una a Elon Musk, che nel febbraio 2025 la mostrò trionfalmente sul palco del CPAC americano definendola la motosega della burocrazia, ed è difficile immaginare Keynes e Hayek che discutono di politica economica brandendo utensili da ferramenta, ma evidentemente erano uomini di un'altra epoca. Milei ha compreso perfettamente che nell'economia dell'attenzione una motosega vale più di cento pagine di programma: si fotografa, diventa meme, entra nei telegiornali, viene regalata a Musk. Il moltiplicatore keynesiano, poveretto, non ha mai avuto una possibilità.
Ed è qui che la faccenda smette lentamente di essere divertente, perché Trump, Zelensky, De la Espriella e Milei sono profondamente diversi tra loro per storia, ideologia, Paese e condizioni politiche, e sarebbe sciocco considerarli equivalenti. Eppure condividono qualcosa che appartiene molto più alla nostra epoca che alle loro biografie: la trasformazione della leadership politica in personaggio.
Il presidente non deve più soltanto governare, deve essere riconoscibile: deve avere un costume, un soprannome, un oggetto simbolico, una postura. Trump ha il cappellino e il gesto del pugno, Zelensky la tenuta militare, Milei la motosega e la chioma da rockstar libertaria, De la Espriella la tigre, il ruggito, la tigermobile e una campagna costruita come uno spettacolo. Non sono più soltanto uomini politici: sono marchi.
Ed è questo il punto filosoficamente più inquietante. La democrazia rappresentativa era nata attorno all'idea, certamente imperfetta, che il cittadino scegliesse qualcuno perché amministrasse temporaneamente il potere in suo nome; la democrazia dello spettacolo gli chiede invece di scegliere il personaggio che desidera seguire. Non votiamo più necessariamente un progetto, ma scegliamo una narrazione; non aderiamo a un programma, ma entriamo in una tifoseria; non giudichiamo ciò che un presidente fa, ma aspettiamo ciò che dirà domani.
E soprattutto abbiamo smesso di pretendere coerenza, perché la coerenza è mortalmente noiosa mentre la contraddizione produce milioni di visualizzazioni: il leader contemporaneo può dire lunedì il contrario di ciò che sosteneva domenica senza subirne necessariamente le conseguenze, perché nel frattempo il pubblico è già passato alla puntata successiva. È la politica trasformata in Netflix, dove quello che conta non è ricordare la stagione precedente, ma avere voglia di guardare il prossimo episodio.
E forse abbiamo commesso un errore anche chiamandoli "buffoni", perché il buffone autentico aveva una funzione nobile: il giullare medievale poteva prendere in giro il potere. Questi nuovi buffoni fanno qualcosa di completamente diverso, perché usano la comicità, l'eccesso, la provocazione e la caricatura per diventare essi stessi il potere, ed è una differenza enorme. Il buffone antico faceva ridere il re; il buffone contemporaneo fa ridere il popolo mentre firma i decreti.
La battuta diventa così uno straordinario strumento di immunità politica: se la provocazione funziona, era una grande intuizione; se provoca indignazione, era soltanto una battuta; se genera consenso, diventa programma; se fallisce, viene archiviata come provocazione. È il potere liquido dell'ironia, essere contemporaneamente seri e non seri.
Ma sarebbe troppo facile attribuire tutta la responsabilità a loro, perché questi personaggi non sono piovuti sulla Terra da un pianeta popolato da cabarettisti autoritari: li abbiamo scelti noi, o almeno li hanno scelti milioni di elettori, ed è questa la parte meno divertente dell'intera commedia.
Forse abbiamo progressivamente smesso di chiedere alla politica competenza e abbiamo cominciato a chiederle emozioni, sostituendo la complessità con la semplificazione, il ragionamento con lo slogan, la prudenza con la decisione esibita, la diplomazia con il post, l'autorevolezza con l'aggressività. Poi ci siamo stupiti quando sono arrivati uomini perfettamente costruiti per soddisfare questa domanda.
Volevamo politici che parlassero come noi, e sono arrivati politici che litigano come noi. Volevamo leader senza filtri, e abbiamo scoperto che i filtri, qualche volta, servivano. Volevamo autenticità e abbiamo ottenuto esibizionismo, volevamo uomini forti e abbiamo ricevuto uomini costretti ogni giorno a dimostrare di esserlo davanti a una telecamera, perché questa è forse la grande fragilità nascosta dietro tanta ostentazione: chi ha bisogno continuamente di rappresentare la propria forza finisce per diventare prigioniero del personaggio che ha costruito.
Trump deve essere sempre più Trump, Milei sempre più Milei, El Tigre deve continuare a ruggire, Zelensky deve continuare a essere Zelensky anche quando magari avrebbe bisogno semplicemente di essere il presidente di un Paese normale. Non possono più scendere dal palco: il pubblico ha comprato il biglietto per vedere quel personaggio e pretende che continui lo spettacolo.
Ed è così che siamo arrivati al paradosso finale. Una volta temevamo i politici che mentivano; oggi eleggiamo personaggi dei quali sappiamo perfettamente che stanno recitando, conosciamo il costume, riconosciamo la scenografia, vediamo le telecamere, intuiamo persino il copione, eppure continuiamo ad applaudirli.
Forse, allora, il problema non è che abbiamo dei presidenti buffoni: il problema è che siamo diventati un pubblico, e un pubblico non pretende necessariamente che lo spettacolo sia vero. Pretende soltanto che non sia noioso.
Così loro continuano a recitare, noi continuiamo a indignarci, ridere, condividere e votare, convinti di prenderli in giro, mentre, dal centro del palcoscenico, probabilmente sono loro che ridono di noi.
Raimondo Schiavone














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