Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il cartellino all’ingresso (o: come la Sardegna trasforma il merito in un peccato originale)

Cagliari, o forse sarebbe più corretto dire la Sardegna intera, è una terra strana, perché riesce a raccontarsi come irriducibile e indipendente proprio nel momento in cui, davanti al valore reale delle persone, si trasforma improvvisamente in una provincia dell'Ottocento, dove conta molto più sapere da dove vieni, chi conosci e soprattutto chi ti riconosce, piuttosto che quello che hai effettivamente costruito con le tue mani.
È il provincialismo portato alla sua forma più sofisticata, quella in cui l'apparenza diventa curriculum, la frequentazione sostituisce il merito e l'appartenenza vale, sempre e comunque, più della capacità.
Puoi studiare, lavorare, rischiare, costruire imprese, inventare progetti, creare posti di lavoro, sbagliare, ricominciare, mettere soldi tuoi e faccia tua: eppure, se vieni dal nulla, resti, in qualche modo sottile e mai dichiarato apertamente, quello che viene dal nulla.
Puoi anche riuscire. Anzi, puoi riuscire molto. Ma resterai sempre, impercettibilmente, leggermente fuori dalla fotografia ufficiale.
Non sarai invitato automaticamente ai tavoli nei quali ci si riconosce reciprocamente come classe dirigente, non perché tu non abbia qualcosa da dire, ma semplicemente perché nessuno ti ha consegnato il cartellino giusto all'ingresso.
E allora impari. Impari a fare la tua strada, a cercare altrove le relazioni che qui non trovi, a costruire connessioni fuori dall'Isola, lavorando con persone che magari giudicano ciò che fai prima ancora di chiederti chi fosse tuo padre, quale scuola tu abbia frequentato o con chi prendi il caffè la mattina.
Poi torni in Sardegna e scopri che, nonostante tutto quello che hai dimostrato nel frattempo, per qualcuno rimani sempre un parvenu. Uno arrivato dopo. Uno che, semplicemente, non appartiene.
Ed è osservando questo piccolo teatro quotidiano, con la pazienza di chi ne conosce ormai a memoria la coreografia, che si comprende come il problema non sia soltanto quello delle famiglie.
Certo, nascere nella famiglia giusta aiuta, perché in Sardegna, come ovunque del resto, esistono cognomi che aprono porte prima ancora che qualcuno abbia bussato. Ma sarebbe troppo semplice, e persino un po' pigro, fermarsi qui: esiste infatti anche un'altra categoria, forse ancora più interessante, quella di chi costruisce carriere straordinarie attraverso l'arte sopraffina di non disturbare mai nessuno.
Non esporsi. Non prendere posizione. Non dire una parola di troppo. Non pestare piedi. Stare sempre, con precisione quasi chirurgica, dalla parte giusta del tavolo.
Ci sono persone che attraversano decenni di vita pubblica senza che nessuno riesca a ricordare una loro idea, una battaglia, un rischio, una scelta realmente impopolare, eppure avanzano, sempre, silenziosamente, come se il tempo lavorasse per loro proprio in virtù della loro assenza di attrito.
Possiedono una straordinaria capacità di interpretare il vento e un utilizzo molto selettivo della lingua, che usano raramente per parlare e molto più spesso per compiacere: sono gli specialisti del consenso preventivo, quelli che non hanno mai combattuto una battaglia perché potrebbero incontrare domani qualcuno che stava dall'altra parte, quelli che non dicono mai davvero ciò che pensano perché prima devono capire che cosa pensano quelli che contano.
Poi, naturalmente, ci sono i luoghi. Ogni città possiede la propria geografia del potere e Cagliari non fa eccezione: frequentare bene Piazza Repubblica, metaforicamente e qualche volta anche fisicamente, può valere più di cento curriculum, perché bisogna sapere dove sedersi, con chi parlare, chi salutare, chi non contraddire mai.
Occorre rispettare una liturgia semplice, ma inflessibile nella sua semplicità: non scavalcare nessuno, non arrivare troppo velocemente, non essere troppo bravo, perché rischi di risultare fastidioso, e soprattutto non mostrare un'eccessiva autonomia. Se stai al tuo posto, qualcuno prima o poi ti spingerà un po' più avanti; se sei disponibile, ancora meglio; se ti presti, potresti perfino diventare qualcuno.
Il paradosso, quello vero, è che questa terra possiede competenze straordinarie: persone preparate, imprenditori coraggiosi, professionisti capaci, artisti, ricercatori, giovani con una visione del mondo molto più larga dei confini dell'Isola. Eppure continuiamo ad assistere, con una regolarità quasi liturgica, alla sopravvalutazione scientifica del nulla.
Esperti del qualunque. Personaggi che non hanno mai costruito niente chiamati a spiegare come si costruisce. Persone che non hanno mai rischiato un euro pontificare sull'impresa. Individui che non hanno mai preso una posizione diventare improvvisamente riferimenti morali. Curriculum modestissimi trasformati in biografie monumentali attraverso la sapiente moltiplicazione degli incarichi: commissioni, comitati, fondazioni, consigli, tavoli, osservatori — una gigantesca macchina di certificazione reciproca nella quale io riconosco te affinché domani tu possa riconoscere me.
Ed è probabilmente anche per questo, e non solo per ragioni economiche, che tanti ragazzi se ne vanno. Non soltanto perché fuori trovano più opportunità, ma perché fuori, almeno qualche volta, hanno la sensazione che qualcuno possa domandare loro «Che cosa sai fare?», invece di «Tu di chi sei?». È una differenza enorme, forse la più enorme di tutte.
Molti della mia generazione sono rimasti: qualcuno per scelta, qualcuno per affetto, qualcuno perché credeva che questa terra potesse davvero cambiare, qualcuno, forse, perché quando ha capito il meccanismo era già troppo tardi per andarsene.
Siamo rimasti e abbiamo imparato a convivere con questa piccola aristocrazia senza nobiltà, con questa borghesia delle relazioni, con questa straordinaria capacità tutta isolana di celebrare il mediocre purché sia rassicurante e di guardare con sospetto chiunque abbia costruito qualcosa senza chiedere il permesso.
Alla fine, però, esiste anche una forma di libertà nell'essere un parvenu: quella di non dovere niente a nessuno, di poter dire ciò che pensi, di non dover difendere il posto ricevuto perché il tuo posto te lo sei costruito da solo.
Forse non sarai invitato a tutti i tavoli. Ma almeno non dovrai trascorrere la vita preoccupandoti di chi potrebbe toglierti la sedia. E, arrivati a una certa età, si scopre che stare in piedi, da soli, può essere infinitamente più dignitoso.
Raimondo Schiavone 

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