L’Europa, forse, ha deciso di alzare lo sguardo e tirare fuori la testa da sotto la sabbia. Le parole pronunciate dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen rappresentano un cambio di passo in un’Unione che fino ad ora aveva faticato a trovare una posizione netta sul conflitto in Medio Oriente.
La proposta di sospendere parte dell’accordo Ue-Israele, insieme all’introduzione di sanzioni mirate contro ministri estremisti e coloni responsabili di violenze, sembra segnare una linea di discontinuità rispetto alla tradizionale prudenza europea. Non è un gesto mosso soltanto da un improvviso risveglio etico: più che la strage di Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania o l’invasione del Libano, a scuotere Bruxelles è stato il bombardamento israeliano su Doha, capitale del Qatar, partner centrale per forniture energetiche e investimenti strategici.
Per la prima volta, l’Europa si trova costretta a scegliere: continuare a coprire le derive israeliane, come fatto per mesi sotto l’ombrello della retorica della “difesa” e della “sicurezza”, oppure difendere i propri interessi economici, in particolare i rapporti con il Golfo, che restano vitali per il gas, il petrolio e la stabilità dei mercati.
Dietro lo scatto di dignità di von der Leyen si nasconde dunque un calcolo geopolitico: il costo di restare in silenzio sta diventando troppo alto, soprattutto ora che Qatar e Arabia Saudita – attori decisivi per la sicurezza energetica europea – chiedono conto e pretendono rispetto.
Il futuro prossimo dirà se l’Unione sarà davvero in grado di reggere una linea autonoma e coerente o se si tratta solo di una reazione momentanea, figlia dell’urgenza economica. Per ora resta l’impressione di un’Europa che non agisce sull’onda della giustizia internazionale, ma sotto la pressione del portafoglio: un’Unione che ha atteso un attacco a un partner strategico per accorgersi di ciò che accade da mesi ai confini del Mediterraneo.
Raimondo Schiavone















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