Dalle parole di Donald Trump non emerge una strategia diplomatica, ma un ultimatum. Un linguaggio che non lascia spazi di ambiguità: o il Venezuela si piega al dominio americano — accettando leader “approvati” da Washington e spalancando le porte alle compagnie petrolifere statunitensi — oppure verrà spinto nel baratro di una destabilizzazione permanente. La guerra civile come destino annunciato, non come rischio da evitare.
Non è più questione di diritti umani, democrazia o libertà. Queste parole, svuotate da decenni di uso strumentale, diventano il paravento di un progetto di controllo politico ed economico. La sovranità venezuelana viene trattata come una variabile negoziabile, il voto come un dettaglio, il popolo come un ostacolo. Se la leadership non è gradita, si cambia. Se le risorse non sono accessibili, si forza l’accesso. Se il Paese resiste, lo si spacca.
Il messaggio che filtra dalle affermazioni del presidente americano è brutale nella sua semplicità: il Venezuela non deve scegliere, deve obbedire. Non deve governarsi, deve essere governato. Non deve gestire le proprie risorse, deve concederle. È una dottrina coloniale aggiornata al linguaggio del XXI secolo, dove le portaerei sostituiscono i governatori e i contratti petroliferi valgono più delle costituzioni.
In questo schema, la destabilizzazione interna non è un effetto collaterale: è uno strumento. Alimentare divisioni, esasperare fratture sociali, delegittimare ogni istituzione che non risponda ai desiderata di Washington diventa la via maestra. Se il Paese implode, la responsabilità ricade sempre su chi “non ha voluto collaborare”. Un copione già visto, dall’America Latina al Medio Oriente, dall’Africa ai Balcani.
Il paradosso è che tutto questo viene presentato come un atto di “liberazione”. Ma liberazione da cosa, se non dalla possibilità di decidere da soli? Che libertà è quella che nasce sotto ricatto? Che democrazia è quella che prevede una lista di candidati accettabili redatta altrove? La risposta è evidente: non è libertà, è sottomissione. Non è democrazia, è amministrazione coloniale.
Il Venezuela caraibico viene così sospinto verso un bivio artificiale: rinunciare alla propria sovranità o affrontare il caos. Un ricatto che non riguarda solo Caracas, ma ogni Paese che osi rivendicare autonomia politica ed economica in un mondo sempre più segnato da rapporti di forza brutali. Oggi tocca al Venezuela. Domani a chi?
Di fronte a queste affermazioni deliranti, il silenzio internazionale pesa come una complicità. Perché accettare che una superpotenza decida leader, risorse e destino di un altro Stato significa accettare che il diritto internazionale sia un orpello, utile solo quando conviene. E significa normalizzare l’idea che la guerra civile possa essere uno strumento legittimo di politica estera.
Il Venezuela non ha bisogno di padroni né di tutori armati. Ha bisogno di pace, autodeterminazione e rispetto. Tutto il resto è dominio travestito da salvezza. E la storia insegna che da questi “salvataggi” nascono solo macerie, sangue e generazioni condannate a pagare il prezzo dell’arroganza imperiale.
Raimondo Schiavone















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