Blog di Raimondo Schiavone e amici

Venezuela, narcotraffico e la grande bugia americana

C’è una narrazione comoda, ripetuta come un mantra: l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela sarebbe giustificato dalla lotta al narcotraffico. Una tesi rassicurante, moralmente spendibile, perfetta per l’opinione pubblica occidentale. Peccato che i dati la smontino pezzo per pezzo.
Partiamo dai fatti, non dagli slogan. Il Venezuela non è un Paese produttore di droga. Non lo è per la cocaina, non lo è per l’eroina, non lo è per le droghe sintetiche. Il Venezuela è, al massimo, un Paese di transito marginale, come decine di altri Stati nel mondo che però non vengono bombardati, non subiscono embarghi, non vedono flotte militari schierate al largo delle proprie coste.
La cocaina mondiale nasce quasi interamente altrove. La Colombia produce circa il 60–65% della cocaina globale, il Perù tra il 20 e il 25%, la Bolivia tra il 10 e il 15%. Se il criterio fosse davvero il narcotraffico, Caracas non dovrebbe nemmeno comparire nella lista. E invece i bombardieri volano altrove, non sopra Bogotá o Lima.
Lo stesso vale per l’eroina. L’Afghanistan concentra da solo l’80–85% della produzione mondiale. Vent’anni di occupazione militare occidentale e la produzione di oppio non è diminuita, è cresciuta. Evidentemente lì la “guerra alla droga” non giustificava azioni drastiche. O forse non era mai stata davvero una guerra alla droga.
Le droghe sintetiche, oggi il vero business globale per volumi e profitti, seguono altre rotte ancora: precursori chimici prodotti in Cina, laboratori industriali in Messico, Paesi Bassi e Belgio. Anche qui il Venezuela non c’entra nulla. Stesso discorso per il cannabis: il Marocco domina il mercato europeo dell’hashish, seguito da Afghanistan e Paraguay. Ancora una volta, il Venezuela è assente.
Se davvero il narcotraffico fosse il criterio guida della politica estera americana, la lista dei Paesi da colpire sarebbe ben diversa. Si dovrebbe intervenire nei grandi Paesi produttori, militarizzare i porti europei dove la droga entra in massa, commissariare i sistemi bancari che riciclano centinaia di miliardi di dollari l’anno. Ma questo non accade. Perché il narcotraffico non è la causa: è il pretesto.
Il primo mercato mondiale di droga è un altro ed è ben noto. Gli Stati Uniti assorbono da soli circa il 30–35% del consumo globale. Subito dopo viene l’Europa. La droga si produce nel Sud del mondo, ma i profitti veri si consolidano nel Nord: banche, logistica, finanza, paradisi fiscali. Se la guerra fosse davvero contro la droga, dovrebbe cominciare dal consumo e dal riciclaggio, non dai Paesi politicamente scomodi.
Il Venezuela ha una colpa diversa e molto più grave agli occhi di Washington: possiede le più grandi riserve petrolifere certificate del pianeta e non si piega completamente agli interessi energetici statunitensi. Mantiene una sovranità politica indigesta, cerca alleanze alternative, non accetta il ruolo di colonia. E allora si costruisce il racconto: narcotraffico, dittatura, minaccia regionale. Un copione già visto, dalla Baia dei Porci all’Iraq, dalla Siria alla Libia.
Il dato resta semplice e incontestabile: se il narcotraffico fosse davvero il motivo, il Venezuela non sarebbe un bersaglio. Il fatto che lo sia dimostra che la “guerra alla droga” è una favola geopolitica, che il diritto internazionale viene applicato a geometria variabile e che le bombe non seguono le rotte della cocaina, ma quelle del petrolio e del potere.
Il Venezuela non è sotto attacco perché esporta droga. È sotto attacco perché non esporta obbedienza. E questa, più di qualsiasi cartello criminale, è la vera minaccia che Washington non tollera.
Raimondo Schiavone 

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