Blog di Raimondo Schiavone e amici

Venezuela, il crimine che apre la guerra mondiale

Qui non siamo più nel campo della diplomazia, né della geopolitica “muscolare”. Qui siamo dentro un crimine internazionale, un atto di terrorismo di Stato che segna una frattura irreversibile nella storia contemporanea. L’attacco al Venezuela e la pretesa di rovesciarne il governo con la forza non sono una “operazione di sicurezza”, non sono “difesa della democrazia”: sono banditismo imperiale, nudo e arrogante, praticato dagli Stati Uniti d’America con la complicità servile dell’Europa.
È finita l’epoca delle maschere. È finita la favola dei diritti umani usati come alibi. Qui siamo davanti a un potere occidentale in pieno delirio, che non accetta più l’idea di un mondo multipolare e reagisce come hanno sempre reagito gli imperi in declino: con la violenza, con l’arbitrio, con la sopraffazione. Quando non riescono più a convincere, colpiscono. Quando non riescono più a governare, distruggono.
Il Venezuela è diventato il bersaglio perché ha osato fare una cosa imperdonabile: resistere. Resistere alle sanzioni, alla fame programmata, al ricatto economico, alla propaganda, ai tentativi di golpe, alle operazioni coperte. E oggi quella resistenza viene punita con il salto di qualità più pericoloso: la legittimazione dell’intervento diretto, della cattura, del rovesciamento forzato. È la normalizzazione del colpo di Stato globale.
La reazione di Russia e Cina non è ideologica, è difensiva. Mosca e Pechino sanno perfettamente che se passa il precedente Venezuela, il messaggio è chiarissimo: nessun Paese è sovrano, nessun leader è intoccabile, nessuna nazione è al sicuro se non si allinea. Oggi Caracas, domani Teheran, dopodomani Pechino, poi Mosca. È una catena logica, non una suggestione.
Ed è qui che la situazione diventa esplosiva. Perché quando le grandi potenze percepiscono una minaccia esistenziale all’ordine internazionale, non arretrano. Si preparano. Rafforzano alleanze, schierano deterrenza, alzano il livello dello scontro. Il Venezuela, da Paese latinoamericano, diventa teatro strategico globale. Una miccia accesa in una polveriera già satura di Ucraina, Medio Oriente, Asia-Pacifico.
L’Europa, in questo disastro, recita il ruolo più miserabile: il vassallo. Nessuna autonomia, nessuna visione, nessun coraggio politico. Solo obbedienza cieca a Washington, anche quando questa obbedienza porta dritta al baratro. Parlano di pace mentre giustificano la guerra, parlano di legalità mentre accettano la sua distruzione, parlano di valori mentre li calpestano uno a uno. È una classe dirigente moralmente fallita, politicamente inesistente, storicamente colpevole.
Lo scenario che si apre è netto e terrificante. O il mondo accetta che la legge del più forte diventi l’unica legge, oppure entra in una fase di conflitto sistemico permanente. Non una guerra mondiale dichiarata, ma qualcosa di peggio: una guerra continua, diffusa, asimmetrica, senza regole, senza limiti, senza fine. Una guerra in cui ogni crisi locale può diventare detonatore globale.
Chi oggi minimizza è irresponsabile. Chi oggi applaude è complice. Chi oggi tace è colpevole.
Perché quando un impero decide di non riconoscere più alcun limite, la guerra non è una possibilità: è una certezza. Cambiano solo i tempi e i pretesti.
Il Venezuela non è solo sotto attacco. È il banco di prova finale. E se il mondo lascia passare questo crimine, allora ha già scelto: non la pace, ma il caos. Non il diritto, ma la forza. Non il futuro, ma la distruzione.
Raimondo Schiavone 

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