Blog di Raimondo Schiavone e amici

Vassalli, Craxi e la giustizia che la Repubblica non ha mai voluto davvero

C’è un filo rosso che attraversa la storia della giustizia italiana tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Un filo che non passa per le toghe, ma per la politica riformista. Un filo che parte da Giuliano Vassalli e arriva a Bettino Craxi. Ed è un filo che oggi viene sistematicamente rimosso perché racconta una verità scomoda: in Italia la giustizia è stata riformata contro la volontà della magistratura, non con essa.
Per capire la portata di quella stagione bisogna ricordare il contesto. Siamo negli ultimi anni della Prima Repubblica, in un sistema politico ancora fortemente imperniato sui partiti di massa, con una DC dominante ma in declino, un PSI che con Craxi tenta di trasformarsi in una forza socialista moderna di governo, un PCI che dopo il crollo del Muro di Berlino cerca una nuova identità. In quel quadro, la magistratura aveva progressivamente assunto un ruolo di supplenza morale e politica, costruendo attorno a sé un’aura di potere etico che nessun altro potere dello Stato osava più mettere in discussione.
Vassalli non era un ministro qualunque. Era un giurista liberale, cresciuto nella cultura garantista, uno che aveva conosciuto il fascismo sulla propria pelle e che sapeva cosa significa uno Stato che usa la giustizia come arma. Quando nel 1988-89 vara il nuovo Codice di procedura penale, non sta facendo una riforma tecnica: sta facendo una riforma politica nel senso più alto del termine. Sta smontando l’idea che lo Stato possa cercare la verità da solo, in segreto, contro il cittadino.
Il vecchio processo inquisitorio, quello del Codice Rocco, era una macchina di potere: il giudice istruttore cercava le prove, il pubblico ministero era quasi un giudice, l’imputato era un oggetto. Vassalli rompe questo schema e introduce un modello accusatorio: il PM accusa, la difesa difende, il giudice giudica. Le prove non nascono più nei corridoi delle procure ma in aula, davanti a tutti. Non è un dettaglio giuridico: è il passaggio da una giustizia autoritaria a una giustizia liberale.
Questa riforma, però, aveva un problema enorme: toglieva potere a chi lo esercitava da decenni. Le procure, abituate a essere il centro del sistema, non l’hanno mai digerita davvero. Una parte rilevante della magistratura, insieme a settori della sinistra giustizialista e a una parte dell’opinione pubblica, la vedeva come una resa ai “potenti”, una concessione agli imputati eccellenti, un indebolimento della lotta alla corruzione. I garantisti erano minoranza rumorosa ma isolata; i giustizialisti, dentro e fuori i palazzi di giustizia, costruivano il loro consenso sulla promessa di una giustizia forte, rapida, implacabile.
Ed è qui che entra in scena Bettino Craxi.
Craxi capì prima di tutti che il conflitto tra politica e magistratura non era un incidente, ma un problema strutturale della democrazia italiana. Capì che una magistratura che indaga, accusa e di fatto condanna mediaticamente senza controlli è un potere politico, non solo giudiziario. Per questo nel 1989 promosse i referendum sulla giustizia: responsabilità civile dei magistrati, separazione delle funzioni, limiti all’abuso della custodia cautelare. Non era una crociata contro le toghe, era una battaglia per riequilibrare i poteri dello Stato.
In quella battaglia Craxi non era solo, ma nemmeno aveva una maggioranza compatta. Con lui c’erano i socialisti, una parte dei liberali, i radicali, settori laici e riformisti che vedevano nella giustizia senza contrappesi una minaccia per lo Stato di diritto. Contro di lui c’era un fronte vasto: una parte del PCI e poi del PDS, l’associazionismo giudiziario, larga parte dei media, un’opinione pubblica già educata a vedere il magistrato come l’ultimo baluardo contro una politica corrotta e irriformabile. Era uno scontro non solo istituzionale, ma culturale.
Quei referendum furono vinti dal popolo italiano. Non da una lobby, non da un partito: dai cittadini che dissero chiaramente che la magistratura non poteva essere un potere senza controllo. Ma la loro applicazione fu sabotata. La politica, intimorita o complice, lasciò che quelle vittorie venissero svuotate nella pratica. La riforma Vassalli restò sulla carta, i referendum di Craxi furono sterilizzati.
Poi arrivò Mani Pulite. E lì si capì fino in fondo cosa significava non aver portato a termine quella rivoluzione liberale. Le procure tornarono protagoniste assolute, la custodia cautelare diventò uno strumento di pressione, il processo mediatico sostituì quello in aula. Il modello accusatorio di Vassalli fu piegato, aggirato, neutralizzato. La giustizia tornò a essere una leva di potere.
Oggi tutti parlano di riforma della giustizia come se fosse una novità. Ma la verità è che il progetto c’era già trentacinque anni fa. Aveva due nomi: Vassalli e Craxi. Un giurista liberale e un leader socialista che avevano capito una cosa semplice e terribile: senza una giustizia che rispetta i diritti dell’imputato, non esiste una vera democrazia.
L’Italia quella battaglia l’ha persa. E forse è proprio per questo che continua a essere il paese delle procure protagoniste e della politica impaurita.
Raimondo Schiavone 

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