Blog di Raimondo Schiavone e amici

Umberto Bossi, il Nord lo ha inventato lui

La morte di Umberto Bossi segna la fine di un’epoca che, nel bene e nel male, ha inciso profondamente nella storia politica italiana. Se ne va l’uomo che ha inventato il “Nord” come categoria politica prima ancora che geografica, trasformando un sentimento diffuso in un progetto organizzato, identitario, a tratti dirompente.
Bossi non era un politico qualunque. Era un fondatore. E i fondatori, per definizione, dividono. Non cercano il consenso universale, cercano una linea. E la sua linea era chiara: autonomia, identità, rottura con un certo centralismo romano vissuto come oppressivo. Si poteva essere d’accordo oppure no — e molti non lo erano — ma era difficile negargli una qualità oggi sempre più rara: la coerenza.
Aveva costruito un movimento dicendo “mai con i fascisti”. Non era una frase di circostanza, era un perimetro politico e culturale. E dentro quel perimetro si è mosso per anni, anche quando il vento cambiava, anche quando sarebbe stato più comodo adattarsi. Bossi non è mai stato un uomo comodo. E forse è proprio per questo che, nel tempo, è diventato scomodo anche per i suoi.
Il passaggio della Lega nelle mani di Matteo Salvini ha segnato una trasformazione radicale. Da partito territoriale a contenitore nazionale, da progetto identitario a macchina elettorale, da visione a comunicazione. Bossi quella mutazione non l’ha mai davvero digerita. Non ne condivideva i toni, non ne riconosceva la profondità. In più occasioni ha preso le distanze da quelle che, senza troppi giri di parole, considerava derive superficiali, se non addirittura “cialtrone”.
E qui sta il punto. Bossi non era un uomo perfetto. La sua parabola politica ha conosciuto contraddizioni, errori, anche cadute pesanti. Ma dentro quella traiettoria c’era una linea riconoscibile, un’idea di fondo che non cambiava a seconda dei sondaggi o delle convenienze del momento.
Oggi la politica italiana è piena di leader che inseguono il consenso. Bossi, invece, lo costruiva. Anche quando significava perdere pezzi, anche quando significava restare isolato. Non rincorreva il tempo, cercava di piegarlo alla propria visione.
La sua morte ci consegna una domanda scomoda: esistono ancora politici disposti a pagare il prezzo della coerenza? O siamo entrati definitivamente nell’era della flessibilità permanente, dove le idee valgono meno della loro spendibilità?
Umberto Bossi è stato, prima di tutto, un simbolo. Per alcuni divisivo, per altri necessario. Ma certamente autentico. E in un tempo in cui tutto sembra costruito, calibrato, mediato, l’autenticità — anche quella ruvida, anche quella imperfetta — diventa quasi rivoluzionaria.
Con lui se ne va un pezzo di politica che non chiedeva il permesso di esistere. Una politica che non cercava di piacere a tutti, ma di rappresentare qualcuno fino in fondo. E forse è proprio questo che oggi manca di più.
Raimondo Schiavone 

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