Blog di Raimondo Schiavone e amici

Trump nell’angolo iraniano

C’è una sensazione che attraversa queste settimane di guerra e tensione: Donald Trump pensava che l’Iran sarebbe stato un bersaglio facile. O perlomeno prevedibile. Non è andata così.
La strategia americana, sostenuta con entusiasmo dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu, sembrava basata su alcune convinzioni piuttosto semplici: che l’Iran fosse militarmente limitato, che il regime fosse fragile e soprattutto che il popolo iraniano fosse pronto a sollevarsi contro i propri governanti alla prima occasione utile. Un copione già visto in molte analisi occidentali degli ultimi decenni.
Ma la realtà, come spesso accade nella geopolitica, ha preso una strada diversa.
Di fronte agli attacchi e alla pressione militare, l’Iran non si è disgregato. Al contrario, si è compattato. È un fenomeno quasi automatico nella storia dei popoli: quando una nazione percepisce una minaccia esterna, le divisioni interne si attenuano e prevale il riflesso identitario. L’orgoglio nazionale diventa più forte delle critiche interne.
Trump probabilmente non aveva previsto questo scenario. Non aveva previsto una risposta iraniana così dura e soprattutto così visibile. Missili, capacità militare, rete regionale: la dimostrazione di forza iraniana ha mandato un messaggio molto chiaro al mondo.
Ma il problema per Washington non è soltanto Teheran.
Nel Golfo Persico, dove per decenni gli Stati Uniti hanno costruito la loro architettura strategica, i rapporti sono diventati improvvisamente più fragili. I Paesi del Golfo non amano l’Iran, ma non amano neanche diventare il campo di battaglia di una guerra tra potenze. Dubai, Doha, Bahrein sono centri economici globali costruiti sulla stabilità. Quando i missili iniziano a sorvolare il cielo, quella stabilità diventa improvvisamente un bene prezioso.
Trump quindi si trova davanti a un paradosso: l’escalation militare che avrebbe dovuto rafforzare la leadership americana rischia di indebolirla proprio nei territori dove gli Stati Uniti hanno sempre esercitato la loro influenza.
E poi c’è Israele.
Benjamin Netanyahu è uno dei leader più radicali della scena internazionale contemporanea. Per lui la logica è chiara: spingere sempre più avanti il confronto con l’Iran, perché la sicurezza israeliana – e forse anche la sua sopravvivenza politica – passano attraverso la permanenza di uno stato di conflitto permanente. Netanyahu non ha molto da perdere in questa dinamica. Trump, invece, sì.
Perché negli Stati Uniti la politica interna non aspetta la geopolitica.
Il caso Epstein continua a riemergere come una ombra lunga sulla politica americana. Un dossier che attraversa élite, finanza, politica e servizi di intelligence. E molti osservatori sanno che una parte di quelle informazioni è transitata anche negli ambienti israeliani. In politica internazionale i segreti sono spesso moneta di scambio.
Così il presidente americano si trova oggi in una posizione delicata: una guerra che non ha prodotto i risultati previsti, alleati inquieti, un partner israeliano che spinge verso l’escalation e una tempesta politica interna che continua a montare.
In altre parole, Trump è in un angolo.
La vera domanda ora non è solo come ne uscirà. La vera domanda è come cercherà di uscirne.
Perché la storia insegna che i leader messi sotto pressione possono scegliere due strade: abbassare il livello dello scontro oppure rilanciare ancora di più.
Ed è proprio questo il punto che oggi preoccupa molti osservatori nel mondo.
Quando un leader potente si sente accerchiato, il rischio più grande non è la sconfitta.
Il rischio più grande è l’imprevedibilità.
Raimondo Schiavone 

Ti sei perso qualcosa?

Iscriviti al servizio di newsletter

SCARICA L'APP L'ORA DI DEMOLIRE sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×