Blog di Raimondo Schiavone e amici

Trump e il petrolio venezuelano: il linguaggio del gangsterismo globale

Non serve più interpretare, tradurre, contestualizzare. Donald Trump parla come pensa. E pensa come un gangster. Nelle sue dichiarazioni pubbliche non c’è diplomazia, non c’è ambiguità strategica, non c’è nemmeno il pudore ipocrita della politica internazionale. Dice che il petrolio del Venezuela è americano. Lo dice senza vergogna, come se fosse un diritto naturale, come se la sovranità fosse un fastidio burocratico e non un principio fondante del diritto internazionale.
Questa non è politica estera. È rapina dichiarata. È colonialismo espresso con il linguaggio brutale del più forte. È l’idea che le risorse di un popolo possano essere “assegnate” da Washington come un bottino di guerra, senza passare dal consenso, dal diritto, dalla storia. Il Venezuela non viene visto come una nazione, ma come un giacimento. Non come un popolo, ma come una pompa da trivellare.
Quando Trump parla di petrolio venezuelano come “nostro”, non sta solo insultando il Venezuela. Sta mostrando al mondo la vera natura di una parte dell’establishment americano: una visione predatoria delle relazioni internazionali, dove la forza militare e finanziaria sostituisce il diritto, e dove la democrazia viene evocata solo quando serve a legittimare un cambio di regime funzionale agli interessi energetici.
È una vergogna globale perché normalizza l’idea che le guerre, le sanzioni, i colpi di Stato, le destabilizzazioni economiche siano strumenti legittimi per appropriarsi delle risorse altrui. È la logica della mafia applicata alla geopolitica: o mi dai quello che voglio, o ti distruggo. Con la differenza che qui non parliamo di un vicolo buio, ma di interi Paesi messi in ginocchio.
Il petrolio venezuelano non è americano. Non è di Trump, non è delle multinazionali, non è del Pentagono. È venezuelano. Punto. E chi afferma il contrario non sta facendo politica: sta confessando un crimine morale e storico davanti al mondo intero.
La cosa più inquietante non è che Trump lo dica. È che una parte dell’Occidente lo ascolti, annuisca, giustifichi, relativizzi. Come se fosse normale che nel XXI secolo un presidente parli come un boss e agisca come un occupante. Questa non è leadership. È decadenza imperiale esibita senza più maschere.
E il mondo, prima o poi, presenterà il conto.
Raimondo Schiavone 

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