Donald Trump sostiene che Giorgia Meloni lo avrebbe "implorato" per ottenere una fotografia insieme durante il G7 di Évian. La premier ha replicato con fermezza definendo quelle parole "totalmente inventate" e chiudendo con una frase destinata a diventare slogan politico: "Io e l'Italia non imploriamo mai".
Ora, lasciamo per un momento agli storici del futuro il compito di stabilire chi stia raccontando la verità. Il punto politico è un altro.
Perché quando si tira in ballo l'Italia, l'orgoglio nazionale e la dignità di una Nazione, sarebbe opportuno evitare di trasformare una polemica da cortile diplomatico in un'epopea patriottica degna dei libri di storia.
E qui nasce l'equivoco.
La risposta della Meloni può anche essere condivisibile nel merito. Nessun presidente del Consiglio può accettare che il capo della Casa Bianca sostenga pubblicamente di avergli concesso una fotografia "per pena". Una replica era inevitabile. Forse persino doverosa.
Ma da qui ad evocare l'orgoglio nazionale come se fossimo davanti a una nuova Sigonella ce ne corre.
A Sigonella c'era uno Stato che difendeva concretamente la propria sovranità davanti alla più grande potenza del pianeta. C'erano soldati, basi militari, interessi strategici e una crisi internazionale che avrebbe potuto produrre conseguenze imprevedibili. C'era Bettino Craxi che si assumeva un rischio politico enorme per affermare un principio.
Qui, invece, siamo dentro una disputa che ruota attorno a una fotografia che uno dice di aver chiesto e l'altra dice di non aver mai chiesto.
Insomma, tra Sigonella e il litigio sulla foto c'è la stessa differenza che passa tra una battaglia navale e una discussione sul posto migliore da occupare davanti al fotografo.
E proprio per questo motivo alcune posture della presidente del Consiglio lasciano perplessi.
Perché un leader nazionale dovrebbe parlare attraverso il peso delle proprie decisioni e non attraverso la continua teatralizzazione della politica contemporanea, dove ogni gesto sembra concepito per diventare un filmato da rilanciare sui social, ogni smorfia viene interpretata come un messaggio geopolitico e ogni risposta viene confezionata come una clip elettorale.
La politica internazionale non è un talent show.
Non è una sfida tra influencer.
Non è una competizione per conquistare la copertina del giorno.
È il luogo nel quale si rappresentano sessanta milioni di cittadini.
E allora, cara Giorgia, la questione non è stabilire se Trump abbia raccontato una fandonia o se abbia deciso di insultare gratuitamente un alleato. Molti italiani, peraltro, hanno trovato le sue parole inaccettabili e offensive nei confronti dell'intero Paese.
La questione è un'altra.
Quando si guida una Nazione occorre distinguere la dignità dello Stato dall'orgoglio personale e la storia dalla propaganda.
Perché l'Italia non ha bisogno di dimostrare la propria autorevolezza attraverso una fotografia concessa o negata.
L'Italia è molto più grande di una foto.
E anche molto più grande di una polemica da social network travestita da crisi diplomatica.
Altrimenti rischiamo di confondere la ragion di Stato con il dibattito da talk show.
E Palazzo Chigi con la sagra della patata.
Raimondo Schiavone














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