C’è qualcosa di profondamente inquietante nel silenzio che accompagna certe tragedie. Non il silenzio delle persone comuni, che spesso non hanno strumenti per incidere sugli eventi del mondo, ma il silenzio delle istituzioni, della diplomazia internazionale, dei grandi custodi autoproclamati dell’ordine globale.
In queste ore la città di Tiro, nel sud del Libano, è in fiamme. Case di civili bombardate, quartieri colpiti, famiglie costrette a fuggire mentre il cielo si riempie del rumore degli aerei e delle esplosioni. Ancora una volta il conflitto travolge le persone che con la guerra non hanno nulla a che fare. Ancora una volta la sofferenza dei civili diventa un dettaglio nelle cronache geopolitiche.
Tiro non è una città qualunque. È una delle città più antiche della storia del Mediterraneo. Fondata dai Fenici, era una delle grandi capitali commerciali dell’antichità, un ponte tra Oriente e Occidente, un luogo dove le rotte del mare portavano ricchezza, cultura, scambi e civiltà.
Da Tiro partirono i navigatori che fondarono colonie in tutto il Mediterraneo, tra cui la stessa Cartagine. Da qui nacque una delle civiltà marittime più straordinarie della storia, capace di connettere mondi lontani quando l’Europa era ancora in gran parte immersa nelle proprie nebbie tribali.
Passeggiare nella Tiro antica significa camminare tra rovine romane, colonne, resti di porti e strade millenarie. Significa guardare il Mediterraneo con gli occhi di chi, tremila anni fa, costruiva navi e attraversava quel mare senza sapere cosa avrebbe trovato all’orizzonte.
Oggi quelle stesse strade vedono il fuoco delle bombe.
Una città che ha attraversato millenni di storia, conquistata da imperi, distrutta e ricostruita più volte, sopravvissuta ad Alessandro Magno, ai romani, ai crociati, oggi viene colpita ancora. E insieme alle pietre antiche bruciano le case dei civili, la vita quotidiana di chi semplicemente vive lì.
Il punto non è soltanto militare o strategico. Il punto è morale e politico.
Ogni volta che una città viene bombardata e il mondo resta in silenzio, si compie un passo indietro nella civiltà. Non importa quale sia il contesto geopolitico, non importa quali siano gli equilibri regionali: quando a pagare sono i civili, quando a bruciare sono le case e le città, qualcosa si rompe nella coscienza collettiva.
E la sensazione sempre più diffusa è che esistano guerre che indignano e guerre che invece si possono tollerare. Vittime che meritano solidarietà globale e altre che diventano statistiche.
È questa la vera tragedia morale del nostro tempo.
Per questo il silenzio non è più accettabile. Non il silenzio dei governi, spesso prigionieri di equilibri diplomatici e interessi strategici. Ma neppure quello dei cittadini del mondo.
La storia insegna che quando la politica tace troppo a lungo, è la società civile che deve alzare la voce. Le opinioni pubbliche, le piazze, le parole che circolano nelle città e nei media.
Non per alimentare odio, ma per difendere un principio elementare: nessuna città, nessun popolo, nessun bambino dovrebbe diventare bersaglio della guerra.
Tiro, la città fenicia che per secoli ha insegnato al Mediterraneo cosa significa navigare e commerciare tra civiltà diverse, oggi brucia.
E mentre le fiamme illuminano il cielo del Libano, la domanda che resta sospesa è semplice e terribile: quanto ancora il mondo potrà restare in silenzio prima di accorgersi che il silenzio, a volte, è una forma di complicità.
Raimondo Schiavone















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