Blog di Raimondo Schiavone e amici

TAJANI E IL PONTE CONTRO LE INVASIONI DAL SUD: LA NUOVA STRATEGIA CONTRO ANNIBALE

Pare che Antonio Tajani, ministro degli Esteri per incarico istituzionale ma stratega militare per vocazione improvvisa, abbia finalmente svelato la verità al Paese: il Ponte sullo Stretto non serve per collegare Calabria e Sicilia, no. Serve per difenderci da un possibile attacco proveniente dal “fronte sud”.

Un’idea talmente geniale che nemmeno gli strateghi dell’antichità l’avevano concepita. E dire che già allora erano parecchio creativi: basti pensare che Annibale, pur di entrare in Italia, scelse di scavalcare le Alpi con 37 elefanti, non certo di costruire un ponte per fermare i Romani. Se Tajani fosse vissuto a quei tempi, forse avrebbe suggerito a Scipione l’Africano di risolvere tutto con un viadotto panoramico sospeso sul Tirreno per “intercettare le truppe cartaginesi”.

La Dottrina Tajani, ormai è chiaro, rivoluziona qualsiasi concetto noto di geopolitica mediterranea: se un misterioso esercito decidesse di invadere l’Italia, invece di preoccuparsi dell’Aeronautica, della Marina o dell’intelligence… basterebbe il Ponte. Un’opera talmente imponente che gli invasori, arrivati davanti al cantiere eterno, rimarrebbero ipnotizzati per decenni a guardare le gru immobili, le ruspe ferme e i rendering di fantasia.

In questo scenario, non si capisce bene come il Ponte possa fungere da scudo difensivo. Forse è un’arma psicologica: gli aggressori guardano l’infrastruttura, realizzano che non sarà mai finita, e pensano che un popolo capace di sopportare 50 anni di promesse mancate sia invincibile per definizione.

E mentre Tajani diffonde queste visioni strategiche degne di un generale da cartone animato, una certezza prende forma: ormai possiamo definirlo tranquillamente il peggior ministro degli Esteri della storia repubblicana. Un titolo che sembrava impossibile assegnare, vista la competizione feroce. E invece eccoci qui, con un ministro che ogni volta supera se stesso, lasciando tutti stupiti — stavolta non per la diplomazia, ma per la fantasia.

E il paradosso più clamoroso?
Che, davanti alle sue uscite, Giggino Di Maio appare sempre di più come uno statista nordico, un mix tra Kissinger e Metternich, un gigante della diplomazia mediterranea. Uno che almeno, pur con i suoi limiti, non diceva che servisse un ponte per respingere orde nemiche inesistenti.

A questo punto, se la situazione dovesse peggiorare, non resta che prepararsi al prossimo annuncio: magari Tajani ci dirà che il Ponte servirà anche per fermare l’arrivo degli elefanti di un nuovo Annibale. Sempre dal fronte sud, ovviamente.

E in fondo, a giudicare dalle sue uscite, tutto è possibile.

Filippo Palazzi 

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