Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele è un atto politico grave, sbagliato e profondamente destabilizzante. Non è una questione tecnica, non è un dibattito accademico sul diritto all’autodeterminazione: è una scelta di potere che si innesta in una delle aree più fragili del pianeta e lo fa con la consueta leggerezza di chi non pagherà mai il prezzo delle proprie decisioni.
Il Somaliland esiste da oltre trent’anni come entità de facto, è vero. Ha istituzioni, elezioni, una relativa stabilità interna. Ma resta, per la comunità internazionale, parte integrante della Somalia. E non per distrazione o pigrizia diplomatica, bensì per un principio chiaro: evitare che l’Africa venga ulteriormente frammentata da riconoscimenti selettivi, dettati da interessi esterni e non dal benessere reale delle popolazioni coinvolte.
Israele, con questo atto unilaterale, rompe un equilibrio già precario e apre un precedente pericoloso. Non porta pace, non porta sviluppo, non porta stabilità. Porta tensione. Porta divisione. Porta un messaggio devastante: i confini, in certe parti del mondo, possono essere riscritti se conviene a qualcuno che è più forte, più armato, più influente.
Il tempismo non è neutro. Il Corno d’Africa è oggi uno snodo strategico globale: rotte commerciali, interessi militari, basi, traffici, competizione tra potenze. Inserire il Somaliland in questo gioco significa trasformarlo da problema irrisolto a pedina geopolitica. E le pedine, si sa, non decidono mai la partita: vengono sacrificate.
Dentro questo scenario c’è la Somalia, una nazione povera, ferita, stremata. Un Paese in cui la maggioranza della popolazione vive sotto la soglia di povertà, dove milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere, dove lo Stato fatica ancora a garantire servizi essenziali. Parlare di riconoscimenti, ambasciate e alleanze strategiche mentre intere comunità lottano per l’acqua e il cibo è un esercizio di cinismo puro.
È qui che emerge la vera natura di questa vicenda: la guerra tra ricchi e poveri. Non sempre si combatte con i carri armati. A volte si combatte con le firme, con i comunicati stampa, con le strette di mano davanti alle bandiere. I ricchi ridisegnano le mappe. I poveri ne subiscono le conseguenze.
Israele, in questo frangente, si comporta da esportatore di instabilità. Non è una questione ideologica, è una constatazione politica. Invece di contribuire a ridurre i conflitti, estende la propria logica di sicurezza e di alleanze in territori fragili, alimentando nuove fratture. La diplomazia diventa la prosecuzione della guerra con altri mezzi.
E sullo sfondo, ancora più inquietante, si affacciano narrazioni tossiche: territori poveri come “soluzioni” per problemi creati altrove, come se le popolazioni africane fossero contenitori vuoti da riempire con le crisi degli altri. È una visione disumana, coloniale, che appartiene al passato ma che continua a riaffiorare sotto nuove forme.
Il Somaliland merita rispetto, la Somalia merita pace, l’Africa merita di non essere trattata come una scacchiera. Ma finché le grandi decisioni verranno prese lontano, da chi non conosce né la fame né la paura quotidiana, il risultato sarà sempre lo stesso: più bandiere, più retorica, più instabilità.
Alla fine, il conto lo pagheranno i soliti. I pastori, i pescatori, i lavoratori, i bambini. Quelli che non siedono ai tavoli della diplomazia e non compaiono nelle foto ufficiali. Questa non è politica estera: è ipocrisia globale. E la Somalia – tutta, compreso il Somaliland – non può permettersi un’altra guerra fatta sulle spalle dei poveri.
Raimondo Schiavone















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