In Siria si alzano le prime voci che parlano apertamente di resistenza, dopo mesi di silenzi forzati e repressioni sistematiche. La situazione nel Paese è tutt’altro che semplice: gli scontri armati si moltiplicano, le aree geografiche si dividono in feudi tribali, religiosi, confessionali. Eppure, in questo caos, comincia a emergere una tendenza nuova, più forte e consapevole: la costruzione di un'opposizione reale al regime imposto da Al Jolani, il leader jihadista ormai percepito da gran parte del Paese come un fantoccio degli interessi turchi, israeliani e occidentali.
L’unica parte del Paese che rimane saldamente fedele al regime è Raqqa, roccaforte storica dell’ISIS prima, e oggi del comando di Jolani. Il resto della Siria si sta frammentando, è vero, ma proprio in queste crepe nasce la possibilità di una nuova resistenza. Non si tratta di un fronte unitario, tutt’altro: drusi, alawiti, cristiani, sciiti, tribù sunnite ribelli e milizie locali si stanno organizzando ognuna per conto proprio. È una balcanizzazione armata che riflette la profondità del conflitto e l’assenza di un progetto nazionale condiviso. Ma in questa apparente confusione si coglie un dato nuovo: il rifiuto sempre più ampio e trasversale del dominio esercitato da Jolani e dal suo esercito di tagliagole.
I drusi del sud, in particolare a Suwayda, sono in fermento. Hanno formato consigli militari, si sono scontrati con le forze di pubblica sicurezza e con le tribù filoregime, e ora lanciano appelli alla disobbedienza. Le truppe di Jolani hanno reagito con arresti arbitrari e assedi, ma la resistenza non si è fermata. Anzi, si è rafforzata anche grazie all’aiuto sotterraneo di alcune comunità cristiane e alawite che iniziano a rompere il silenzio. Le notizie di arresti, torture, saccheggi e vendette sommarie da parte delle forze lealiste hanno alimentato la rabbia popolare. A Latakia e Tartus, tradizionalmente territori alawiti, alcuni ex ufficiali dell'esercito siriano si sono uniti a milizie locali per attaccare convogli militari del regime, provocando decine di vittime.
A livello internazionale, le reazioni sono ambigue. Gli Stati Uniti, che hanno sostenuto Jolani come baluardo anti-iraniano e anti-Assad, ora osservano con preoccupazione la frammentazione incontrollata del Paese. Israele continua ad avere un ruolo attivo: nelle ultime settimane sono state segnalate operazioni aeree a sostegno delle milizie druse, ufficialmente per colpire “obiettivi terroristi”, ma di fatto in funzione anti-iraniana. Teheran, dal canto suo, ha cominciato a rialzare la testa, cercando di riattivare le sue reti e milizie, anche se il peso iraniano nella Siria post-Assad è ormai ridotto. Dall’altra parte, la Russia osserva con freddezza e distacco: non ha mai digerito l’ascesa di Jolani, e i suoi media iniziano a colpire duramente la legittimità del nuovo governo, segnalando un possibile cambio di strategia.
Il regime comincia a cedere. I segnali sono evidenti: rallentamenti nell’amministrazione civile, perdite territoriali, diserzioni di piccoli gruppi militari, proteste represse con violenza ma sempre più numerose. Il centro di Damasco, un tempo simbolo della stabilità, oggi è una città militarizzata, tesa, attraversata da paura e incertezza. La narrazione del “governo di salvezza” ha perso ogni credibilità, soprattutto dopo gli scandali di corruzione e le immagini diffuse da fonti internazionali che documentano esecuzioni sommarie e repressioni contro minoranze religiose.
La resistenza siriana di oggi non ha ancora un nome, né un volto unico. Ma ha una motivazione comune: liberarsi dal giogo di chi ha trasformato la Siria in una colonia jihadista, in una terra di bande armate e di traffici opachi, in una pedina nelle mani di Ankara, Tel Aviv e Washington. Il sogno di una Siria libera, democratica e sovrana è ancora lontano, ma forse, in queste settimane, sta iniziando a camminare di nuovo. Con passo incerto, ma deciso. Come ogni resistenza che si rispetti.















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