Blog di Raimondo Schiavone e amici

SIGONELLA E IL NANO DIPLOMATICO DI OGGI

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui l’Italia sapeva alzare la testa. Un tempo in cui un presidente del Consiglio, Bettino Craxi, seppe dire “no” agli Stati Uniti, e lo fece non in un salotto televisivo ma su una pista d’atterraggio, a Sigonella, con i militari americani schierati da una parte e i nostri carabinieri dall’altra, armi in pugno.

Era il 1985, e in gioco c’era la sovranità di uno Stato, la dignità di una nazione e l’orgoglio di un popolo che non accettava di farsi dettare la legge da Washington. Craxi difese l’Italia e la legalità internazionale, ricordando al mondo che la giustizia non si fa con la prepotenza.

Oggi, quarant’anni dopo, l’Italia tace. E chi dovrebbe parlare si nasconde dietro frasi diplomatiche, sorrisi di circostanza e un servilismo politico che fa vergogna. Antonio Tajani, il nostro ministro degli Esteri — o meglio, “Mastro Ciliegie”, come lo chiamavano a Bruxelles per la sua capacità di piegarsi al vento — ha raggiunto livelli di subalternità che neppure i più fantasiosi avrebbero immaginato.

Mentre Israele ferma, sequestra e detiene illegittimamente cittadini italiani partecipanti alla flottiglia umanitaria diretta a Gaza — in acque internazionali, dunque fuori da qualsiasi giurisdizione israeliana — il ministro Tajani si limita a dichiarazioni di circostanza, vaghe, prudenti, patetiche.
Nessuna parola forte, nessun atto diplomatico concreto, nessun richiamo dell’ambasciatore israeliano, nessuna richiesta ufficiale di rilascio immediato.
Nulla.
Solo il silenzio complice di chi ha paura di disturbare l’alleato scomodo.

Se a Sigonella Craxi difese un dirottatore palestinese per affermare il principio di sovranità, oggi Tajani non riesce neppure a difendere quindici cittadini italiani rapiti in acque internazionali da un Paese che si autoproclama “democratico” mentre bombarda civili e ignora il diritto internazionale.
Il contrasto è abissale: da una parte uno statista, dall’altra un burocrate.

Sigonella fu il simbolo di un’Italia fiera e autonoma.
La vicenda della flottiglia e della timidezza di Tajani è invece il simbolo di un’Italia inginocchiata, impaurita, che ha perso voce e dignità.
Craxi sfidò gli americani per difendere un principio. Tajani non osa nemmeno alzare il telefono per difendere i suoi connazionali.

E allora sì, ricordare Sigonella oggi non è solo un esercizio di memoria storica.
È un atto di accusa verso questa politica senza coraggio, verso un ministro degli Esteri che, di fronte a un sopruso evidente, preferisce restare zitto.
L’Italia di Bettino Craxi aveva lo sguardo fiero di chi difende la propria sovranità.
L’Italia di Antonio Tajani ha lo sguardo basso di chi teme di dispiacere al potente di turno.

La differenza tra i due?
Uno fu un uomo di Stato.
L’altro è solo un impiegato della diplomazia servile.

Raimondo Schiavone 

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