C’è una nuova figura che sembra emergere nella geopolitica mondiale: lo Sheik Donald Trump. Non più soltanto presidente degli Stati Uniti, non solo comandante in capo dell’esercito più potente del pianeta, ma — a quanto pare — aspirante selezionatore di ayatollah.
La notizia, che ha fatto sorridere mezzo mondo e sussultare l’altra metà, è semplice: Trump ha dichiarato di voler essere coinvolto nella scelta del prossimo leader della Repubblica islamica dell’Iran dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei. In un’intervista ha detto con estrema naturalezza che “deve essere coinvolto nella nomina”, aggiungendo che il figlio di Khamenei sarebbe per lui “un peso piuma” e “inaccettabile”.
Ora, fermiamoci un attimo.
Negli ultimi duemila anni la scelta della guida religiosa sciita è stata una questione teologica, politica, clericale, perfino mistica. Ma evidentemente il mondo cambia. Oggi potrebbe bastare una telefonata dalla Casa Bianca.
Immaginate la scena.
La venerabile Assemblea degli Esperti iraniana, riunita tra antichi tappeti persiani e lunghi turbanti neri, discute sul futuro della Repubblica islamica. Dibattiti teologici, interpretazioni del diritto islamico, equilibri tra Pasdaran e clero.
Poi squilla il telefono.
— Hello, this is Donald.
Silenzio.
— Scusate, ragazzi. Ho tre ottime scelte per voi.
Sì, perché Trump non si limita a dire che vuole partecipare alla decisione: ha persino affermato di avere in mente “tre ottime scelte” per guidare l’Iran.
A questo punto la scena diventa quasi mistica: il tycoon di New York che entra simbolicamente nella storia millenaria dello sciismo. Un uomo che fino a pochi anni fa twittava di hotel, casinò e reality show ora sembra pronto a presiedere un conclave islamico.
Manca solo la foto ufficiale: turbante nero, rosario tra le dita, e dietro la scritta “Make Iran Great Again”.
Il paradosso, naturalmente, è gigantesco.
Da una parte un sistema teocratico che da decenni definisce gli Stati Uniti il “Grande Satana”. Dall’altra il presidente americano che si propone, con disarmante naturalezza, come consulente spirituale per la scelta dell’ayatollah.
È il teatro della geopolitica contemporanea: leader che parlano come commentatori sportivi, guerre raccontate come partite e religioni trattate come incarichi dirigenziali.
Così il mondo osserva incredulo.
Teheran probabilmente si indigna.
Washington si divide.
E il resto del pianeta resta con una domanda semplice ma inevitabile:
se il prossimo passo fosse davvero quello di vedere Donald Trump proclamato Sheik Donald, qualcuno sarebbe davvero sorpreso?
Nel nostro tempo, ormai, tutto sembra possibile. Anche che la Casa Bianca diventi, almeno per qualche giorno, una piccola madrasa geopolitica.
Raimondo Schiavone















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