Blog di Raimondo Schiavone e amici

SETTE MILIONI PER QUATTRO GIORNI

La Regione Sardegna ha stanziato sette milioni di euro per ospitare quattro giorni di regate preliminari. Non la finale della Coppa America. Non le semifinali. La prima regata di avvicinamento, quella che nel mondo della vela si chiama “preliminary regatta”, un test di calibrazione tecnica tra equipaggi che ancora devono trovare il ritmo. Dal 21 al 24 maggio 2026, il Golfo degli Angeli ospiterà gli AC40 — le barche più piccole, non gli AC75 che hanno fatto la storia di Barcellona — e Cagliari diventerà per un weekend il centro del mondo, almeno secondo i comunicati dell’Assessorato al Turismo. I numeri raccontano una storia più sobria.

L’assessore Franco Cuccureddu ha già parlato di “importante ricaduta in termini di promozione dell’immagine turistica”. Il Ministro Andrea Abodi ha aggiunto che “l’Italia sarà nuovamente al centro del mondo”. Il Sindaco Massimo Zedda ha annuito. I comunicati istituzionali si sono moltiplicati con la velocità tipica di chi deve giustificare una spesa prima che qualcuno faccia le domande giuste. Questo articolo fa quelle domande.

Per capire cosa rappresenta realmente la tappa cagliaritana, bisogna guardare a Barcellona 2024. L’America’s Cup vera — la finale, 59 giorni di gare, le barche AC75 da 75 piedi che volano sull’acqua a 50 nodi — ha portato nella città catalana 1,8 milioni di visitatori, di cui 460.000 turisti arrivati appositamente per l’evento. L’impatto economico complessivo è stato stimato in oltre un miliardo di euro. Dodici mila posti di lavoro equivalenti. 208 milioni di entrate fiscali.

“Cagliari ospita una regata preliminare di quattro giorni con barche più piccole. Il confronto con Barcellona è come paragonare una recita scolastica alla Prima della Scala.”

Cagliari ospita una regata di quattro giorni con barche di dimensioni ridotte, in configurazione monotipo, in cui si sfidano cinque team in quella che gli organizzatori stessi definiscono “la prima vera occasione di confrontarsi e valutare le prestazioni”. È una prova in costume. Eppure la macchina comunicativa regionale l’ha presentata come un evento trasformativo per l’economia isolana.

Proviamo a fare i conti in modo serio. Cagliari dispone di circa 4.500-5.500 posti letto negli esercizi alberghieri del Comune. Una settimana con occupazione piena — scenario ottimistico — genera al massimo 35.000-38.000 pernottamenti aggiuntivi rispetto alla media. Con una tariffa media di 130-150 euro a notte, stiamo parlando di un fatturato grezzo dell’ordine di 4,5-5,7 milioni di euro per l’intero comparto alberghiero cagliaritano in quella settimana. Tradotto in ricavo netto per le strutture, considerando i costi operativi, siamo ben al di sotto dell’investimento pubblico di sette milioni.

E questo è lo scenario ottimistico. Quello realistico prevede un incremento di occupazione del 20-30 punti percentuali nella settimana dell’evento rispetto a una settimana normale di maggio, e un incremento mensile complessivo del 4-7%. Non il tutto esaurito da Dubai. Non l’invasione di capitali internazionali. Un weekend di vela ben frequentato in una città che, peraltro, a maggio inizia già a riempirsi da sola grazie a un trend strutturale che non ha nulla a che fare con l’America’s Cup.

“Il turismo a Cagliari cresceva già del 15% all’anno prima dell’America’s Cup. Attribuirle il merito sarebbe come ringraziare il lucchetto dopo che la cassaforte era già chiusa.”

C’è un problema strutturale che nessun comunicato istituzionale affronta frontalmente: la Sardegna è un’isola. Per arrivare a vedere le regate, i turisti stranieri — quelli che davvero spostano i numeri del settore alberghiero — devono prendere un aereo. A maggio. Su rotte che in quella finestra temporale sono già quasi esaurite e su cui i prezzi, storicamente, risultano tra i più alti d’Europa per il paradosso della continuità territoriale che non funziona.

Se il 21 maggio l’appassionato di vela svizzero o inglese cerca un volo per Cagliari e lo trova a 400 euro andata e ritorno con scalo a Roma, gran parte della domanda potenziale evapora. L’accessibilità aerea è il collo di bottiglia che trasforma eventi di portata internazionale in manifestazioni a prevalente fruizione locale. La Regione ha stanziato 9 milioni di euro per partecipare a 28 fiere internazionali. Quanti milioni sono stati investiti per aprire voli low-cost su Cagliari per la settimana del 21-24 maggio? La risposta, che si conosce, è zero.

C’è una ragione strutturale per cui l’America’s Cup genera meno ricadute economiche diffuse di quanto i comunicati promettano: è uno sport di élite, organizzato da élite, per un pubblico di élite. I team portano con sé i propri fornitori, i propri catering, i propri servizi. La barca a vela da competizione non compra il formaggio pecorino al mercato di San Benedetto. Gli sponsor internazionali non cenano nella trattoria di quartiere. Il flusso di denaro che effettivamente raggiunge la filiera locale — albergatori, ristoratori, tassisti, commercianti — è una frazione dell’impatto economico lordo che viene comunicato.

Basti pensare che la stessa fonte critica del settore nautico sardo ha calcolato che l’investimento regionale di sette milioni è pari a quanto il Governo italiano ha stanziato per ospitare l’intera fase preliminare. In altre parole, la Sardegna ha pagato da sola, con soldi pubblici, una quota sproporzionata del costo dell’operazione. Chi ha negoziato quel contratto?

“La Rete America’s Cup ha già assegnato 1.400 commesse. Nessuno ha detto quante sono andate a fornitori sardi.”

Detto tutto questo, sarebbe disonesto negare che l’evento abbia un valore reale. Ce l’ha. Ma è un valore diverso da quello che viene raccontato. Il vantaggio principale dell’America’s Cup per Cagliari non è nei pernottamenti del weekend del 21-24 maggio 2026. È nell’esposizione mediatica internazionale: ore di diretta televisiva, copertura sui principali media velici e sportivi mondiali, contenuti social generati da team con milioni di follower. Questo è il vero lascito dell’evento, e ha un valore di brand stimabile nell’ordine delle centinaia di milioni di euro in termini di pubblicità equivalente.

Ma l’esposizione mediatica produce frutti nel medio periodo — nella domanda turistica del 2027 e del 2028, non nei conti di maggio 2026. E produce frutti solo se c’è una strategia di capitalizzazione: campagne di comunicazione post-evento, pacchetti turistici costruiti attorno all’immagine velica dell’isola, accordi con i tour operator internazionali che quella vetrina la vedono in diretta. Se tutto si esaurisce nel weekend delle regate, l’investimento di sette milioni produce un bel ricordo e poco altro.

Il dato che la Regione cita meno di tutti è quello che spiega meglio la situazione: nel 2026 la Sardegna è stata nominata da Lonely Planet “Best Destination in Travel”. Questo riconoscimento, ottenuto per le caratteristiche intrinseche dell’isola — paesaggio, autenticità, cultura — vale più di qualsiasi regata preliminare in termini di flussi turistici strutturali. La Città Metropolitana di Cagliari cresceva già del 15% all’anno. Il mercato americano in Sardegna è cresciuto del 36% nel 2024 senza l’America’s Cup. La stagione primaverile si stava consolidando autonomamente.

Attribuire all’America’s Cup il merito di questo trend — come già si intravede nella narrazione istituzionale — sarà la prossima operazione di comunicazione della Regione. Sarà falso. I flussi di maggio 2026 saranno buoni perché i flussi di maggio sono buoni da tre anni, perché la Sardegna piace, perché Cagliari si sta affermando come destinazione di turismo urbano internazionale. L’America’s Cup aggiungerà qualcosa — qualcosa di reale, quantificabile, utile. Ma non è il miracolo che ci è stato venduto.

Sette milioni di euro di soldi pubblici sardi. La domanda che ogni giornalista e ogni consigliere regionale dovrebbe porre è semplice: se quei sette milioni fossero stati investiti in voli aggiuntivi su Cagliari per la bassa stagione, o in un fondo di destagionalizzazione per gli operatori alberghieri del sud Sardegna, o in infrastrutture per il turismo nautico locale — regatisti, velisti, charter — quale sarebbe stato l’impatto sul settore nell’arco di tre anni?

La risposta onesta è che probabilmente sarebbe stato superiore. Più diffuso, meno fotogenico, impossibile da intestarsi in una conferenza stampa con le barche sullo sfondo. Ma più solido. Meno spettacolo, più economia reale.

L’America’s Cup arriva a Cagliari. È una notizia bella. È giusto esserne orgogliosi. Ma costare sette milioni di euro per quattro giorni, senza un piano strutturato di capitalizzazione, senza aver risolto il problema dei voli, non è una politica turistica. È uno spot elettorale con le barche a vela.

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