Ogni tanto qualcuno si affaccia sui social, osserva un cortile in un’ora neutra, e decreta: “occasione persa”.
È un esercizio semplice. Fotografare il silenzio e trasformarlo in sentenza.
La ex Manifattura Tabacchi non è un fondale malinconico. È uno spazio storico nel cuore di Cagliari che negli ultimi anni è diventato hub culturale, laboratorio di innovazione, luogo di contaminazione tra impresa, arte e formazione.
Dentro accadono cose. Tante.
Conferenze, workshop, percorsi per startup, attività su robotica educativa, produzioni digitali, mostre immersive, eventi culturali, academy, laboratori per ragazzi. Decine di attività settimanali.
Non fanno sempre rumore.
Ma producono.
La creatività non è solo folla e musica alta. È progettazione, bandi, riunioni, prototipi, errori, ripartenze. È lavoro quotidiano. È costruzione lenta.
Chi cerca vibrazione permanente forse cerca intrattenimento continuo.
Ma un ecosistema serio non è un parco tematico. È un’officina.
Si può fare di più? Certamente. Sempre.
Ogni spazio pubblico può crescere, migliorare, aprirsi ulteriormente. Ma dire che sia un contenitore vuoto significa non conoscere – o non voler conoscere – ciò che vi accade.
E qui veniamo al punto meno romantico.
In Sardegna c’è una dinamica ricorrente: quando qualcuno prova a mettere radici in uno spazio pubblico con progetti concreti, arrivano due categorie. I critici distratti. E quelli che potremmo definire, con un filo di ironia, gli “scarafaggi”.
Gli scarafaggi non amano la luce.
Provano a infilare i tentacoli quando intravedono opportunità. Se non riescono a entrare, cambiano narrativa. Da “vorrei esserci” a “non funziona nulla” il passo è breve.
E spesso trovano qualche sponda politica, qualche micro-interesse, qualche piccolo calcolo di convenienza. Non parliamo di grandi complotti, ma di quel sottobosco tipicamente isolano fatto di malumori, tentativi di occupazione, frustrazioni mascherate da analisi.
Quando non si riesce a presidiare uno spazio, lo si delegittima.
Quando non si riesce a incidere, si parla di “vuoto”.
La verità è più semplice: Sa Manifattura è un luogo in trasformazione permanente. Non perfetto. Non concluso. Non immobile. Ma vivo.
Chi la vive quotidianamente sa che lì dentro si costruiscono reti, si formano competenze, si generano progetti che viaggiano oltre l’isola. E questo dà fastidio a chi preferirebbe che tutto restasse sotto controllo, sotto influenza, sotto tutela.
La creatività, però, non chiede permesso.
E non si gestisce con i tentacoli.
Chi vuole davvero capire cosa accade a Sa Manifattura faccia un gesto semplice: entri. Parli con chi lavora. Osservi una settimana intera, non cinque minuti.
Scoprirà che non è un contenitore spento.
È un cantiere.
E i cantieri non fanno spettacolo.
Costruiscono futuro.
Raimondo Schiavone












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