Blog di Raimondo Schiavone e amici

RIONDINO CONTRO LA GUERRA: L’IRONIA COME ATTO POLITICO

C’è un modo di stare contro la guerra che non passa dalle piazze urlate, né dai comunicati pieni di retorica. È un modo più sottile, più fastidioso, più difficile da neutralizzare. È quello che ha scelto David Riondino.
Riondino non ha mai fatto il pacifista di maniera. Non ha mai indossato l’abito ideologico del “contro a prescindere”. Ha fatto qualcosa di più destabilizzante: ha ridicolizzato la guerra. E ridicolizzare il potere, si sa, è il modo più efficace per smontarlo.
La sua critica partiva da un punto preciso: la retorica.
Quella costruzione artificiale che trasforma la guerra in necessità, in dovere, in destino.
In più occasioni ha parlato della “virulenza” con cui certa politica — anche quella che storicamente si dichiarava contro i conflitti — abbraccia improvvisamente posizioni belliciste, trasformando tutto in un “teatrino”. Una parola semplice, ma devastante. Perché smaschera il meccanismo: la guerra non come tragedia, ma come rappresentazione.
E allora Riondino sceglieva un’altra strada. Raccontare.
Nella sua narrazione della ragazza di Kobane, non c’è eroismo. Non c’è propaganda. C’è la crudezza. C’è il silenzio che segue alla violenza. E soprattutto c’è l’accusa: non solo verso chi combatte, ma verso chi osserva.
Quella che definiva, con lucidità spietata, “l’accidia dell’Occidente”.
Un’accidia che non è neutralità. È complicità passiva. È il rifugio comodo di chi guarda i conflitti da lontano, indignandosi a giorni alterni, senza mai mettere davvero in discussione il sistema che li alimenta.
E qui entra un altro bersaglio costante della sua scrittura: i mercanti di armi.
Non evocati come nemici astratti, ma come presenza concreta, strutturale, integrata nelle dinamiche economiche e politiche. La guerra, nelle sue parole, non è mai un incidente. È sempre anche un affare.
Nelle sue canzoni e nei suoi testi teatrali, questo sguardo emergeva con una leggerezza apparente che nascondeva una profondità politica netta. L’ironia non era evasione. Era metodo. Era linguaggio. Era una forma di resistenza.
Perché mentre altri gridano, l’ironia costringe a pensare.
E in questo c’è la sua posizione più radicale. Non nel dire semplicemente “no alla guerra”, ma nel rifiutare l’intero impianto narrativo che la rende accettabile. Nel non concedere mai alla guerra nemmeno il privilegio della solennità.
Riondino non sacralizzava nulla. Smontava tutto.
E oggi, in un tempo in cui la guerra torna ad essere raccontata come inevitabile, come necessaria, come persino giusta, quella voce manca. Manca perché non era allineata. Non era utile. Non era spendibile.
Era libera.
E la libertà, in tempo di guerra, è sempre la prima cosa che viene messa da parte.
Raimondo Schiavone 

Ti sei perso qualcosa?

Iscriviti al servizio di newsletter

Ultimi articoli pubblicati

SCARICA L'APP L'ORA DI DEMOLIRE sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×