. Ma non solo: parlavamo delle ombre che si allungavano sul nostro territorio, delle minacce, delle paure, delle facce torve che giravano per il paese e che avevano occhi che scrutavano, pesavano, decidevano. C’era preoccupazione, ma c’era anche dignità. La sua era una dignità d’acciaio.
Quella sera mi consegnò il suo memoriale, pieno di dettagli, con nomi e cognomi. Quello che poi sarà il quadro della realta. Ne discutemmo per ore. Era un uomo serio, meticoloso, un militante vero, uno che credeva in quello che faceva, anche quando il rischio diventava reale. Era uno di quei pochi che non arretrano, anche quando tutto attorno si sgretola.
A un certo punto arrivò una telefonata. Era sua moglie: il maiale era scappato dalla stalla. Doveva rientrare. Era venuto con me quella sera, così lo riaccompagnai. Avevo una Punto verde, verde pisello: la mia prima macchina, comprata con i primi stipendi. Ne andavo fiero, anche se a rivederla oggi, sembrava uscita da un film di provincia.
Prima di arrivare a casa sua, bisognava attraversare un piccolo ponticello. Subito dopo, mentre i fari illuminavano la strada sterrata, una lepre sbucò dal nulla e si incanalò nella luce, abbagliata. Un istinto stupido, che mi porto dietro da gioventù, mi spinse ad accelerare, a cercare di investirla. Una brutta abitudine, lo so. Ma allora, per molti, era una specie di gioco.
Fu lui a fermarmi. Mi prese il braccio con una presa ferma, le sue mani erano grandi, nodose, mani da uomo vero, da compagno di lotte e di lavoro. Mi disse soltanto:
"Cosa fai? Cosa ti ha fatto quella lepre?"
Mi gelai. Mi vergognai. Aveva ragione. In un secondo avevo dimenticato chi ero. Ma lui no. Lui mi aveva ricordato che non si colpisce chi è più debole, che non si fa del male per nulla, che ogni creatura merita rispetto. Per me, quell’uomo era un tempio, un palazzo d’acciaio costruito su principi incrollabili. Mi sentii piccolo, ma cresciuto.
Arrivammo a casa sua. Il maiale era ancora nei dintorni della stalla, bastò poco per riportarlo dentro. Bevemmo un bicchiere, mi salutò con uno dei suoi sorrisi lenti e veri, e tornai a casa.
Poco tempo dopo, su quel ponticello, Franco venne ucciso. Colpi di fucile, a distanza ravvicinata. Era in auto, con sua moglie e le figlie. Loro illese, lui no. Lui cadde sotto i colpi vigliacchi della mafia, quella mafia di paese che non perdona chi ha la schiena dritta.
Da allora il ricordo di quella lepre, di quella presa sul braccio, di quella frase semplice e terribile – "Cosa ti ha fatto quella lepre?" – non mi ha mai abbandonato. È diventato un simbolo. Di chi era lui. Di ciò che difendeva. Di quello che ci ha lasciato.
Lui si chiamava Franco. E io non lo dimenticherò mai.















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