C’è un momento, nella vita digitale, in cui qualcuno scambia il rumore per autorevolezza, il click per pensiero, il contatore per contenuto. È l’istante esatto in cui lo sciacallo, guardandosi allo specchio di Facebook, ruggisce convinto di essere diventato un leone. Spoiler: no. Se va bene, resta una iena con il megafono.
Prendiamo l’ultima nota di servizio di Mario Guerrini","commentatore politico sardo, tutta concentrata su grafici, medie, numerini che scintillano come lucciole d’agosto. Enfatizzare i dati social come se fossero medaglie al valore civile è un esercizio antico: si chiama esaltazione dello sciacallaggio. Non informazione, non analisi, non responsabilità editoriale. Solo la liturgia dell’ego che fa la riverenza al contatore.
Qui la differenza è semplice e imbarazzante: c’è chi parla al pubblico e chi parla del pubblico; chi produce informazione e chi produce rumore; chi misura l’impatto con il rigore di un organo informativo e chi confonde il like con il senso. Rivendicare visualizzazioni senza spiegare cosa si è spiegato è come vantarsi del volume senza aver detto una parola.
Il paradosso è che lo sciacallo non ruba neppure: rovista. Raccoglie brandelli, li impila e li spaccia per banchetto. Poi si ferma, si gira verso la platea e annuncia: “Guardate quanti siamo”. Siamo dove? Sotto la stessa carcassa concettuale, a contare mosche.
Nel frattempo, altrove, l’informazione – quella vera – fa un altro mestiere: verifica, contesta, espone, risponde. Non chiede applausi, ma attenzione. Non sfoggia numeri come trofei, ma risultati come responsabilità. E quando cita i dati, lo fa per misurare un servizio, non per gonfiare un petto.
La morale? Il leone non ha bisogno di dirti quante volte è stato guardato. Ruggisce perché ha qualcosa da dire. La iena, invece, ride. Forte. Soprattutto di se stessa.
Filippo Palazzi














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