Blog di Raimondo Schiavone e amici

Quando si brucia l’immagine di un uomo vivo, si brucia anche la democrazia

Quando si arriva a bruciare l’immagine di un uomo vivo – non un simbolo astratto, non un’ideologia, ma una persona reale, con un nome, una storia, una funzione – si è già oltrepassata una linea rossa. È il confine che separa la politica dal fanatismo, la critica dall’odio rituale, la libertà di espressione dalla violenza simbolica. Oltre quel confine, la democrazia smette di essere tale e diventa una caricatura di sé stessa.
È l’inizio della disumanizzazione.
Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio e oggi senatore della Repubblica, ha preso parte a un gesto che non può essere archiviato come folklore o provocazione. Bruciare l’immagine dell’Ayatollah Khamenei, guida suprema dell’Iran e riferimento religioso per milioni di sciiti nel mondo, non è critica politica. È disprezzo puro. È ignoranza storica. È azzeramento del senso istituzionale. È un atto che parla il linguaggio dell’odio, non quello del confronto.
Renzi, del resto, non è nuovo a esercizi di spregiudicatezza morale. La sua disinvoltura nel stringere mani imbarazzanti è nota: basti ricordare l’entusiasmo con cui ha celebrato un “nuovo Rinascimento” in Arabia Saudita, un paese senza elezioni, senza libertà politiche, dove i dissidenti vengono eliminati e un giornalista è stato assassinato e fatto a pezzi dentro un consolato. Ma qui si è andati oltre. Qui non si è trattato di opportunismo diplomatico: si è partecipato a un rito di odio.
L’Iran è un paese complesso, contraddittorio, discutibile su molti piani. Ma è anche uno Stato sovrano. È una repubblica. Si vota. Esiste un parlamento. Le donne studiano, lavorano, partecipano alla vita sociale. La religione è parte strutturale della sfera pubblica, come lo è stata in Europa per secoli. Si può criticare l’Iran, e anche duramente. Ma ciò non autorizza la profanazione simbolica del suo leader. Soprattutto se a farlo è chi ha guidato il governo di un altro paese sovrano, come l’Italia.
Quello che è accaduto a Roma non è un insulto a un singolo uomo. È un insulto a milioni di credenti. È un’offesa a una civiltà. È uno schiaffo a un’intera tradizione religiosa. È benzina gettata sull’islamofobia. È la legittimazione dell’intolleranza travestita da impegno civile. È propaganda mascherata da politica.
E allora la domanda è inevitabile: dove ci fermiamo?
Bruciamo l’immagine del presidente degli Stati Uniti? Del re di Spagna? Del papa?
E dopo le immagini, cosa viene? Le persone?
È un pendio scivoloso, e la storia insegna che non porta mai nulla di buono. Chi gioca con il fuoco simbolico finisce sempre per alimentare incendi reali.
La democrazia non è il diritto di offendere.
È il dovere di comprendere.
Non è il privilegio di insultare.
È la responsabilità di confrontarsi.
Chi ha ricoperto ruoli istituzionali dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.
Renzi ha perso un’occasione preziosa: quella di tacere. E ha scelto invece di farsi fotografare mentre partecipa a un gesto che non fa onore all’Italia, né alla sua storia politica e diplomatica. Ha scelto di scendere nel circo.
Ma i pagliacci fanno sorridere solo finché restano tali.
Quando cominciano a bruciare le maschere degli altri, non fanno più ridere.
Diventano solo tragici.
Raimondo Schiavone 

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