Blog di Raimondo Schiavone e amici

Quando la politica inciampa, arriva il Consiglio di Stato: Ladu e Corrias a leccarsi le ferite

A Tortolì e in Regione Sardegna la politica è diventata un'arte… del rimando. I progetti restano nei cassetti, le aree si trasformano in discariche, i documenti si moltiplicano come conigli, e nel frattempo il Consorzio Industriale dell’Ogliastra va avanti, da solo, con una sentenza del Consiglio di Stato in tasca e un pacco di figuracce per gli altri.

In questa tragicommedia ogliastrina, il Consiglio di Stato si è trasformato – suo malgrado – nel vero organo politico del territorio. Altro che assessorati, sindaci e consigli regionali: oggi, per far partire un progetto, serve un collegio di giudici amministrativi in toga nera. Sono loro a decidere se un'area industriale può essere bonificata, se un’infrastruttura si può fare, e soprattutto se le chiacchiere possono (finalmente) essere sostituite dai fatti.

Il verdetto è stato chiaro come un fendente: il Consorzio Industriale ha ragione, ha agito per il bene comune, ha sbloccato un’area lasciata marcire per più di un decennio da Regione e Comune. La Regione? Troppo impegnata ad ascoltare incompetenti. Il Comune? A scrivere diffide che sembrano lettere di addio. A piangere, adesso, ci sono due protagonisti del melodramma politico sardo: Marcello Ladu, sindaco di Tortolì, e Salvatore Corrias, consigliere regionale ed ex tentato stratega di un’epurazione mai riuscita.

Già, perché il duo aveva anche provato a silurare Francesco Amendola, presidente del Consorzio, reo di un crimine gravissimo: fare. Ma il tentativo di cacciata è miseramente fallito, e adesso si trovano davanti a un’altra batosta. 

Ladu e Corrias speravano in un’altra storia. Volevano forse un Consorzio asservito, piegato alla lenta agonia della politica delle intenzioni. E invece si ritrovano con la realtà sotto gli occhi: il Consorzio è entrato in possesso delle aree, ha vinto nei tribunali, ha l’appoggio del diritto e ora anche dei fatti. E soprattutto, non ha più bisogno di chiedere permesso a nessuno.

In fondo, il paradosso è completo: per vedere realizzato un progetto pubblico oggi serve più un avvocato amministrativista che un funzionario zelante che prende ordini dalla politica. Più una sentenza che una delibera. E quando la politica abdica al proprio ruolo, la giustizia – per fortuna – si ricorda che lo sviluppo non può attendere i tempi eterni dei veti incrociati e delle gelosie di bottega.

Game over, signori. La prossima volta, invece di bloccare chi lavora, provate ad accompagnarlo. E magari, ogni tanto, fate qualcosa anche voi. Se non per onore, almeno per evitare un altro autogol.

Filippo Palazzi

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