Due anni fa lo abbiamo conosciuto a Cagliari. Era ospite delle giornate iraniane organizzate dal Centro Italo Arabo, un momento di confronto culturale e politico che provava a costruire ponti in un tempo già allora attraversato da tensioni e diffidenze.
Ricordo bene quell’incontro.
L’ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran non si presentò con il tono rigido che spesso accompagna i rappresentanti degli Stati nelle crisi internazionali. Era una persona pacata, chiara, lucida, capace di dialogare. Soprattutto non si sottraeva mai alle domande. Anche quelle più difficili, anche quelle scomode.
Non era la postura di chi alza muri, ma di chi prova a spiegare la propria posizione, anche sapendo che dall’altra parte spesso c’è diffidenza o pregiudizio.
È per questo che ascoltare oggi le sue parole assume un significato particolare.
L’ambasciatore iraniano denuncia con fermezza gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran definendoli una violazione del diritto internazionale. Parla di aggressioni compiute mentre erano in corso negoziati e denuncia bombardamenti che avrebbero colpito anche obiettivi civili e scuole.
Sono accuse gravi. Parole pesanti. Ma sono parole pronunciate da un diplomatico che ho visto di persona confrontarsi senza mai alzare la voce, senza mai sottrarsi al dialogo.
Ed è proprio questo il punto.
Quando una voce diplomatica così misurata lancia accuse di questa portata, il minimo che la comunità internazionale dovrebbe fare è ascoltare.
Invece sembra prevalere un silenzio inquietante.
Viviamo in un’epoca in cui il diritto internazionale viene evocato continuamente, quasi fosse un mantra morale dell’Occidente. Ma troppo spesso lo si applica a geometria variabile. Alcune violazioni diventano scandalo mondiale, altre vengono archiviate rapidamente dentro la categoria delle necessità strategiche.
È la doppia morale della geopolitica contemporanea.
L’ambasciatore iraniano avverte che l’Iran risponderà e che il livello della risposta dipenderà anche dal coinvolgimento dei Paesi europei. Non è una minaccia gridata con toni propagandistici. È piuttosto il ragionamento freddo di uno Stato che si sente aggredito e che rivendica il diritto di reagire.
Questo dovrebbe far riflettere soprattutto l’Europa.
Perché l’Europa sembra aver smarrito una cosa fondamentale: la propria voce autonoma. Un continente che per secoli è stato il centro della diplomazia mondiale oggi appare spesso come una periferia politica delle decisioni prese altrove.
E così mentre il Medio Oriente scivola verso una nuova escalation – Iran, Libano, Gaza, Siria – la politica europea si limita a commentare gli eventi, raramente a influenzarli.
Ripenso a quell’incontro a Cagliari.
A quel diplomatico pacato che dialogava senza sottrarsi a nessuna domanda.
Forse la diplomazia dovrebbe tornare da lì: da persone che parlano, spiegano, discutono.
Perché quando la politica smette di ascoltare la diplomazia, di solito significa che stanno per parlare le armi.
Raimondo Schiavone















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