Non amo giustificarmi.
Non l’ho mai fatto e non comincerò oggi. Ma prima che qualcuno legga versioni distorte, parziali o costruite ad arte, sento il dovere di raccontare io ciò che è accaduto.
Oggi la Guardia di Finanza ha effettuato una perquisizione nel mio ufficio e nella mia residenza.
Non è una notizia che mi sorprende. La vicenda è già finita in passato agli onori della cronaca e da circa due anni sono sottoposto ad indagine per una questione legata ad alcuni servizi che la mia società ha prestato alla Fondazione Monte Prama.
È giusto dirlo con chiarezza: sono indagato.
Ed è altrettanto giusto dire che credo fermamente di non aver commesso nulla di illegale. Ma non sarò io a stabilirlo. La magistratura farà il suo corso, come deve essere in uno Stato di diritto.
Mi aspettavo che prima o poi arrivasse una perquisizione.
Chi fa impresa e si trova sotto indagine sa che è un passaggio possibile, spesso inevitabile. Un atto dovuto, direbbe qualcuno. Hanno acquisito alcuni computer, materiale di lavoro, strumenti che fanno parte della quotidianità di qualsiasi azienda. Nulla di più, nulla di meno.
La cosa più importante è che la vita non si ferma.
Da lunedì il team della mia azienda tornerà a lavorare come ha sempre fatto: con serietà, con impegno e con quella passione che negli anni ci ha consentito di costruire progetti, creare lavoro e generare valore. Le aziende non sono un nome su una visura camerale: sono persone, storie, sacrifici, notti insonni, intuizioni e fallimenti superati. Sono comunità.
So già che domani qualche quotidiano locale – quello che io chiamo senza ipocrisia carta straccia – racconterà la vicenda con il consueto entusiasmo selettivo.
Perché i successi raramente fanno notizia. Non fanno rumore. Non vendono copie. Le cose belle si ignorano, si minimizzano o si archiviano. Le ombre, invece, si amplificano. È un modo di fare giornalismo che conosco bene e che, ormai, non mi sorprende più.
Non c’è rabbia nelle mie parole, ma lucidità.
E forse anche un pizzico di amarezza, quella che prova chi sa di aver lavorato tanto e di essere spesso raccontato solo nei momenti difficili. Fa parte del gioco, mi dicono. Può darsi. Ma non significa che debba piacermi.
Oggi, con questo breve intervento, non chiedo comprensione e non cerco solidarietà.
Semplicemente informo. Per rispetto di chi mi segue, di chi lavora con me, di chi negli anni ha condiviso un pezzo di strada. La trasparenza è l’unica risposta possibile al rumore.
Se c’è una cosa che ho imparato è che la verità ha tempi diversi da quelli dei titoli di giornale.
È più lenta, più silenziosa, meno spettacolare. Ma alla fine arriva.
Mi scuso se oggi ho disturbato questo blog con una vicenda personale.
Domani torneremo a parlare di idee, progetti, visioni e futuro. Perché la vita, nonostante tutto, continua. E io con lei.
Raimondo Schiavone












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