Gesù Cristo, nei Vangeli, ci insegnava a parlare con gli ultimi, a dare voce agli oppressi, a sedere accanto ai poveri. Oggi invece assistiamo a un curioso ribaltamento di scena: Papa Leone che, invece di farsi pastore degli ultimi, spalanca le porte di San Pietro al presidente israeliano, quello che firma i missili diretti su Gaza.
Si può dire “cazzata” riferendosi a un Papa? Forse no, ma questa volta ci sta a pennello. Un atto che lascia sconcertati non solo i fedeli, ma anche coloro che, pur da lontano, speravano in una Chiesa capace di alzare la voce contro i genocidi, non di stringere la mano a chi ne porta la responsabilità politica e morale.
Altro che Leone: in questa occasione il Pontefice è sembrato più un coniglio. Con tutto il rispetto per i conigli, naturalmente. E anche per la sua santità. Ma il paragone resta amaro.
Perché Papa Francesco, su questo punto, mai avrebbe fatto un passo simile. Lo avrebbe capito subito, lui che conosce bene la testimonianza del cardinale Pierbattista Pizzaballa, il patriarca latino di Gerusalemme, che in Terra Santa consuma la voce e si sporca le mani per gridare al mondo che a Gaza si sta commettendo un genocidio.
E allora come si spiega questa udienza? Forse con il vecchio alibi dei burocrati: “eseguivo ordini”. E a Norimberga sappiamo bene come finì quella scusa. Gli ordini, in questo caso, arrivano da Washington, più precisamente da Donald Trump, vero regista della copertura internazionale a Israele.
Se davvero vuole salvare l’anima della Chiesa, Sua Santità farebbe meglio a dare mandato al cardinale Pizzaballa di rappresentarla e ritirarsi in preghiera. Preghiere lunghe, profonde, di espiazione. Perché la macchia di un incontro del genere non si cancella con una stretta di mano né con i comunicati diplomatici.
Raimondo Schiavone















e poi scegli l'opzione