Negli articoli precedenti abbiamo ricordato alcuni fatti semplici ma spesso ignorati. A Teheran una stazione della metropolitana è stata dedicata alla Madonna e nel mondo sciita la figura di Maria è rispettata e celebrata. In Libano esiste da decenni una relazione politica solida tra sciiti e cristiani maroniti.
Dall’altra parte, in molte realtà dominate da correnti sunnite radicali, i cristiani vivono persecuzioni, discriminazioni o una lenta espulsione dalle loro terre storiche.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: perché l’Occidente, che si definisce cristiano o erede della civiltà cristiana, sceglie sistematicamente di allearsi con i paesi sunniti e di combattere quelli sciiti?
La risposta non è religiosa. È geopolitica. Ed è anche profondamente ipocrita.
Per decenni l’Occidente ha costruito una narrazione secondo cui l’Iran sciita rappresenterebbe la principale minaccia alla libertà nel Medio Oriente. Una narrazione ripetuta all’infinito da governi, media e think tank. Ma nello stesso tempo gli stessi governi occidentali mantengono rapporti privilegiati con monarchie sunnite dove la libertà religiosa è semplicemente inesistente.
Prendiamo il caso più evidente: l’Arabia Saudita. Nel regno saudita non esistono chiese pubbliche. La pratica religiosa cristiana è severamente limitata. L’Islam wahhabita – una delle interpretazioni più rigide del sunnismo – domina la vita pubblica e sociale. Eppure l’Arabia Saudita è uno dei principali partner strategici dell’Occidente.
La stessa dinamica si ritrova negli Emirati, in Qatar, in Bahrein e in altre monarchie del Golfo. Stati dove la vita politica è rigidamente controllata, le libertà civili sono limitate e la libertà religiosa non ha nulla a che vedere con i parametri occidentali.
Eppure nessuno parla di “cambio di regime”. Nessuno invoca missioni per esportare la democrazia. Nessuno costruisce campagne mediatiche quotidiane contro queste monarchie.
Perché?
La risposta più superficiale è il petrolio. Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì.
Il vero nodo è la struttura geopolitica del Medio Oriente.
Le monarchie sunnite del Golfo sono state per decenni pilastri del sistema strategico occidentale nella regione. Garantiscono stabilità energetica, investimenti finanziari giganteschi, acquisti miliardari di armi occidentali e un allineamento politico con Washington e le capitali europee.
L’Iran sciita, invece, rappresenta l’esatto contrario: uno Stato indipendente che non accetta di essere integrato nell’architettura geopolitica occidentale. Un paese che rivendica autonomia strategica, influenza regionale e una propria visione politica.
Ed è qui che nasce la frattura.
Il conflitto tra Occidente e Iran non è una guerra di civiltà, come spesso si racconta. È una guerra di potere. Una competizione per l’equilibrio geopolitico del Medio Oriente.
Per questo motivo la retorica occidentale diventa spesso selettiva. Si denunciano – talvolta giustamente – le contraddizioni della Repubblica islamica iraniana. Ma nello stesso tempo si tace sulle monarchie del Golfo dove il pluralismo religioso e politico è quasi inesistente.
È la logica della convenienza.
L’Occidente che ama definirsi difensore della libertà religiosa chiude un occhio – spesso entrambi – quando l’alleato strategico è un regime sunnita ricchissimo e perfettamente integrato nei circuiti finanziari globali.
E allora la domanda torna con ancora più forza.
Se davvero il criterio fosse la libertà religiosa, perché un Occidente storicamente cristiano non critica con la stessa durezza i paesi dove le chiese non esistono?
Perché si demonizza sistematicamente l’Iran mentre si abbracciano monarchie dove la libertà religiosa è praticamente assente?
La risposta è brutale ma semplice: perché la geopolitica non si muove sui valori ma sugli interessi.
E quando gli interessi parlano, i valori diventano improvvisamente molto flessibili.
La storia recente del Medio Oriente ne è la dimostrazione più evidente.
Raimondo Schiavone















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