Non ho visto neanche un minuto del Festival di Sanremo. Non per snobismo – che sarebbe già una forma di ipocrisia – ma perché avevo altro a cui pensare. Però Sanremo ti entra lo stesso in casa, come l’umidità.
Così ho ascoltato “Per sempre sì” di Sal Da Vinci.
Premessa doverosa: sono contento per lui. La gavetta vera merita rispetto, soprattutto in un sistema dove spesso i cognomi pesano più del talento. Ma il punto non è l’artista. Il punto siamo noi.
Perché “Per sempre sì” non è solo una canzone. È uno specchio. E nello specchio si vede una cosa chiarissima: l’ipocrisia italiana elevata a genere musicale.
Siamo il Paese che applaude l’amore eterno e registra oltre 180.000 separazioni e divorzi l’anno.
Siamo la nazione del “finché morte non ci separi” riscritto in “finché non ci sopportiamo più”.
Siamo quelli che condividono frasi romantiche sui social e poi si parlano tramite avvocato.
Ogni anno in Italia si contano mediamente più di 100 femminicidi, quasi sempre dentro relazioni che dovevano essere amore, protezione, promessa. E intanto cantiamo il “per sempre”.
Le convivenze crescono. I matrimoni calano. L’età del primo sì si sposta sempre più avanti. Le relazioni diventano liquide, intermittenti, revocabili. Eppure premiamo l’idea dell’eternità come se fossimo ancora nell’Italia in bianco e nero.
Non è contraddizione. È specializzazione.
Siamo campioni mondiali di scollamento tra ciò che proclamiamo e ciò che pratichiamo.
L’ipocrisia non è dire “per sempre sì”.
L’ipocrisia è dirlo sapendo che statisticamente è improbabile.
È commuoversi in platea e poi vivere nel “vediamo come va”.
È indignarsi per i tradimenti altrui e giustificare i propri.
È difendere l’istituzione del matrimonio e poi trattare l’impegno come un abbonamento mensile.
Siamo un Paese che ama l’idea dell’amore più dell’amore stesso.
Che ama la promessa più della responsabilità.
Che ama la parola “sempre” ma teme la sua durata.
E questa ipocrisia non riguarda solo le relazioni. È sistemica.
In politica votiamo per valori eterni e cambiamo idea alla prima convenienza.
Condanniamo la violenza ma tolleriamo la sopraffazione quotidiana.
Parliamo di famiglia tradizionale e pratichiamo famiglie frammentate.
È lo stesso meccanismo psicologico: raccontarci una versione migliore di noi stessi.
Io sulla stabilità ci ho scritto un libro. Nella mia filosofia S.A.S. – Stabilità, Amore, Sesso – la stabilità è il pilastro. Senza stabilità, l’amore diventa emozione intermittente e il sesso consumo rapido.
E oggi la stabilità è il grande assente.
Allora cosa facciamo?
La cantiamo.
Cantiamo l’eternità perché non riusciamo a costruirla.
Cantiamo il “per sempre” perché viviamo nel “temporaneo”.
Cantiamo l’impegno perché pratichiamo la fuga.
La verità è semplice e scomoda: non siamo il Paese del “per sempre sì”.
Siamo il Paese del “per ora sì”.
E invece di ammetterlo, preferiamo emozionarci.
Non è un’accusa morale. È un’analisi culturale.
L’ipocrisia è il nostro anestetico collettivo: ci permette di continuare a raccontarci che siamo profondi, fedeli, coerenti, mentre navighiamo in una società fragile, instabile, reversibile.
Io non ho visto Sanremo.
Ma ho visto l’Italia cantare l’eternità con la stessa naturalezza con cui firma una separazione consensuale.
“Per sempre sì” è una bellissima frase.
Proprio per questo la usiamo troppo.
Raimondo Schiavone












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