Per quanto tempo ancora dovremo assistere, quasi in silenzio, all’espansione militare di Israele in Medio Oriente come fosse un fatto inevitabile, naturale, quasi dovuto? Per quanto tempo ancora l’Europa fingerà di non vedere, di non sentire, di non parlare?
Gaza è un cimitero a cielo aperto. Interi quartieri rasi al suolo, ospedali colpiti, bambini sotto le macerie. Non è retorica, è cronaca. E mentre le immagini scorrono, l’Occidente si rifugia nel linguaggio sterile delle “operazioni difensive”, delle “risposte proporzionate”, delle “necessità di sicurezza”. Parole fredde che coprono il rumore delle bombe.
Il Libano torna a bruciare, con il sud martellato e la popolazione civile stretta tra milizie e raid aerei. La Siria è stata devastata da anni di guerra, trasformata in un campo di battaglia permanente dove potenze regionali e globali si muovono come su una scacchiera, sulla pelle della gente. E ora l’Iran, colpito direttamente, con il rischio concreto di un conflitto regionale che potrebbe incendiare definitivamente l’intero Medio Oriente.
E noi? Noi europei?
Prigionieri di una sudditanza politica ed economica che non abbiamo il coraggio di nominare. Sudditanza verso Washington, sudditanza verso Tel Aviv. Ogni volta che si prova a criticare Israele, scatta il riflesso condizionato: antisemitismo. È la scorciatoia morale perfetta per spegnere qualsiasi discussione. Ma criticare un governo non significa odiare un popolo. Condannare una strategia militare non significa negare il diritto all’esistenza di uno Stato.
Eppure il dibattito viene chiuso così, con un’etichetta.
L’Europa porta sulle spalle il peso storico dell’Olocausto. È una colpa incancellabile, una tragedia che ha marchiato il Novecento. Ma quella colpa non può diventare un assegno in bianco eterno. Non può trasformarsi in silenzio automatico davanti a ogni bombardamento, davanti a ogni escalation, davanti a ogni migliaio di civili morti.
Le colpe dell’Europa per l’Olocausto le stanno pagando, oggi, i popoli del Medio Oriente? È una domanda scomoda, ma va posta. Perché se il senso di colpa diventa paralisi politica, allora sì, stiamo trasferendo il peso della nostra storia su altri popoli, su altre terre, su altre vite.
Non si tratta di tifare Iran, Hezbollah o Hamas. Non si tratta di negare la complessità o le responsabilità multiple. Si tratta di rompere l’ipocrisia.
Israele ha il diritto di esistere e di difendersi. Ma nessuno Stato ha il diritto di trasformare la difesa in dominio permanente, la sicurezza in occupazione senza fine, la deterrenza in devastazione sistematica. Nessuno.
Continuare a giustificare tutto in nome della sicurezza significa accettare che la legge del più forte sia l’unica legge rimasta. Significa normalizzare l’idea che la forza militare sia l’unico linguaggio possibile. E questo non è realismo politico. È resa morale.
È arrivata l’ora di dire basta.
Basta alla diplomazia muta. Basta ai comunicati tiepidi. Basta all’Europa che si indigna selettivamente a seconda dell’alleato coinvolto. Basta alla logica dei due pesi e due misure.
Se l’Occidente vuole ancora parlare di diritti umani, di diritto internazionale, di civiltà giuridica, deve avere il coraggio di applicarli a tutti. Anche a Israele. Soprattutto a Israele, proprio perché è un alleato.
Perché la vera amicizia tra Stati non è l’applauso incondizionato. È la capacità di dire: così no.
Fino a quando non lo faremo, continueremo a subire. Non solo l’arroganza di un governo, ma la nostra stessa codardia politica.
Raimondo Schiavone












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