Finalmente.
Dopo anni di anonimato cosmico, Cagliari è sul punto di entrare nella storia.
Non per aver sistemato via Roma che assomiglia alla periferia di Kabul dopo un bombardamento, non per aver dato una risposta credibile al caro voli che ogni estate trasforma l’arrivo sull’isola in un’esperienza da mutuo trentennale. No.
Cagliari entra nella storia perché dal 21 al 24 maggio 2026 — quattro giorni, ripetiamo, quattro — alcune barche molto costose faranno delle giravolte nel Golfo degli Angeli davanti a un pubblico di entusiasti in giubbotto antipioggia.
L’occasione è l’America’s Cup. O meglio: una regata preliminare dell’America’s Cup. La prova in costume. Il riscaldamento prima del riscaldamento. Noi abbiamo comprato il biglietto per il pre-show.
Costo del biglietto: sette milioni di euro pubblici.
La notizia ha avuto l’effetto di un defibrillatore sulla classe dirigente sarda. Assessori che non sapevano distinguere una vela da un asciugamano hanno improvvisamente acquisito un lessico da America’s Cup che rimbalza nei comunicati stampa con la frequenza di un mantra zen. Ecosistema velico. Legacy. Brand territoriale. Ricadute sull’indotto. Parole magnifiche. Significato: venite a vedere le barche, vi prego, abbiamo pagato sette milioni.
Il Sindaco ha sorriso. L’Assessore al Turismo ha convocato conferenze stampa. Il Ministro Abodi è sceso in Sardegna per dire che l’Italia sarà al centro del mondo. Il mondo, per l’occasione, è il Golfo degli Angeli. Centro del mondo per quattro giorni. Poi torna periferia.
Nel frattempo, la città si prepara. E la preparazione ha assunto forme commoventi. Si rifà la segnaletica nelle strade che portano al porto — quelle che i cagliaritani percorrono da trent’anni ignorando educatamente le buche. Si ripittura qualcosa. Si sistemano i marciapiedi nel raggio di visibilità delle telecamere. Il resto può aspettare. Ha aspettato quarant’anni, aspetterà ancora.
È la grande tradizione italiana del cartongesso istituzionale: coprire le crepe prima che arrivino gli ospiti, nella consapevolezza collettiva e non detta che appena gli ospiti ripartono il cartongesso cadrà e le crepe saranno lì, fedeli, ad aspettarci.
I team internazionali, nel frattempo, si portano dietro i propri fornitori, i propri catering, i propri meccanici, i propri medici. Arrivano, gareggiano, ripartono. Sono ospiti gentili. Non hanno bisogno di niente di locale. Non comprano il pecorino al mercato di San Benedetto. Non mangiano i culurgiones dalla signora Pina. Non prendono il taxi di Gianni che non sa dove sia il Race Village ma è disposto ad arrivarci comunque dopo tre giri a vuoto.
Perché, diciamocelo, c’è qualcosa di profondamente sardo e profondamente umano in questo riflesso condizionato da provincia che si sente finalmente vista: il servilismo festoso, l’accoglienza trasformata in performance, la disponibilità totale ad abbassarsi un poco pur di ricevere l’investitura del grande evento internazionale.
Pecorino le abbisogna? Cannonau? Una frittura di paranza? Un artigianato locale? Vuole la maglietta con Su Nuraghe?
Non è cattiveria. È il riflesso di chi ha passato troppi anni a guardare i riflettori puntati altrove — su Napoli, su Barcellona, su Valencia — e ora che uno sprazzo di luce arriva fin qui, si mette sull’attenti e sorride. Si capisce. Si capisce benissimo.
Il problema è quando il servilismo festoso sostituisce la politica. Quando la foto con la barca a vela sullo sfondo diventa il bilancio turistico dell’assessorato. Quando sette milioni per quattro giorni viene presentato come un investimento strategico invece che come quello che è: uno spot elettorale con l’acqua salata.
Il 25 maggio 2026 le barche salperanno. I team smobiliteranno i loro container. Le telecamere internazionali si spegneranno. Il Race Village verrà smontato. La Viewing Promenade tornerà ad essere il lungomare di sempre, con i gabbiani e i turisti dell’Erasmus che si fanno i selfie.
E Cagliari resterà lì, con le strade un po’ più pulite per qualche settimana, la segnaletica nuova che comincerà lentamente a sbiadire, e il cartongesso che, a luglio, riprenderà a sgretolarsi.
Però ci sarà stato. Quattro giorni al centro del mondo.
Pecorino le abbisogna.
Raimondo Schiavone















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