Blog di Raimondo Schiavone e amici

PAOLO MANINCHEDDA, IL PROFESSOR SIONISTA DELLA MORALITÀ A OROLOGERIA

Oggi il professor Paolo Maninchedda, autoproclamato paladino della coerenza etica e della logica superiore, ci regala l’ennesima lezione di filosofia da cattedra sullo sciopero generale per Gaza. Lui, sempre attento a distinguere, a misurare, a pesare con la bilancia del pensiero “puro” ciò che è giusto e ciò che è sbagliato — naturalmente secondo lui — ci spiega che protestare contro il genocidio palestinese è un atto di ipocrisia. Perché, dice, “mai uno sciopero per l’Ucraina”.

Già, professore, perché bisogna sempre bilanciare i morti. Se muoiono bambini a Gaza e non si sciopera per i bambini rapiti in Ucraina, allora lo sciopero non vale. Come dire che se non piangi per tutti, non puoi piangere per nessuno. Una logica contorta, ma elegantemente presentata, con tanto di citazioni sui “prepotenti pacifinti” e sul “parroco di Gaza” (che immagino Maninchedda veneri in silenzio dal suo studio climatizzato, mentre corregge compiti).

Il professore filoisraeliano — pardon, “distinto osservatore” — continua a dare lezioni su cosa è libertà, cosa è democrazia, cosa è dittatura. E naturalmente spiega che Israele, nonostante occupi territori, bombardi ospedali e tenga due milioni di persone in una prigione a cielo aperto, è una democrazia. Hamas invece no, e quindi, per una sorta di logica accademico-teologica, Israele ha sempre una giustificazione morale superiore.

Del resto, i professori sionisti italiani sono tutti così: un po’ filosofi, un po’ moralisti, molto attenti ai progetti universitari con fondazioni internazionali e think tank dal nome inglese (“Middle East Studies”, “Ethics in Conflict Resolution”), sempre pronti a scrivere editoriali per dimostrare che il problema non è la guerra, ma chi osa indignarsi per essa.

E poi c’è il suo “orrore per i pacifinti”, quelli che protestano nelle piazze. Loro sono “vecchi come il cucco”, dice. Forse perché lui si sente nuovo, moderno, digitalizzato, con l’odore del potere accademico addosso. Chissà quanti seminari sull’“etica del conflitto” ha tenuto con il patrocinio di qualche ambasciata “amica”.

Nel suo articolo, Maninchedda riesce persino a fare la morale al sindacato, raccontando casi, nomi, episodi. Tutto molto indignato. Ma non una parola — nemmeno una — su ciò che accade ogni giorno sotto le bombe israeliane. Non un accenno alla sproporzione della violenza, ai bambini che non hanno nome né scuola, ai medici che operano senza luce. No: per lui il problema è lo sciopero, il fastidio per le piazze, la “dittatura della maggioranza sindacale”.

In fondo, a Maninchedda il conflitto interessa solo come esercizio retorico. Gli piace apparire neutrale, al di sopra delle parti, come ogni buon professore universitario che sa che “non si sa mai”: un progetto di ricerca, una collaborazione internazionale, un finanziamento. Meglio non inimicarsi nessuno. Meglio dire che “Putin e Netanyahu sono uguali”, e intanto far passare l’idea che uno dei due, in fondo, è una democrazia.

Il risultato è l’ennesimo manifesto del “professore sionista in incognito”: quello che condanna i bombardamenti ma difende chi li ordina, che piange le vittime ma giustifica i carnefici, che cita i valori universali e poi li applica solo dove conviene.

Paolo Maninchedda, insomma, è il simbolo perfetto dell’intellettuale con la coscienza sterilizzata: sempre pronto a fare il verso alla morale, mai disposto a sporcarsi le mani con la realtà.
Mentre a Gaza si scava tra le macerie, lui scava tra i concetti. E forse, da qualche parte, si sente pure orgoglioso di non essere “di piazza”.

Bravo professore. Resti pure al suo posto, c’è sempre bisogno di qualcuno che giustifichi, con parole eleganti e pensieri raffinati, l’ingiustizia del mondo.

Raimondo Schiavone 

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