Il mondo cambia, finalmente. Macron annuncia davanti all’Assemblea Generale dell’ONU che la Francia riconoscerà lo Stato di Palestina. Pedro Sánchez in Spagna ha già firmato il riconoscimento e manda aiuti umanitari a Gaza con aerei dell’esercito. Ora si muove anche il Regno Unito, proprio la potenza coloniale che nel 1948 contribuì alla creazione dello Stato d’Israele, che annuncia: riconosceremo la Palestina.
E l’Italia? L’Italia resta ferma, immobile, codarda, silenziosa. Peggio: arrogante, con quella prosopopea di chi non ha nemmeno il coraggio della vergogna. Abbiamo un premier, Giorgia Meloni, che della questione palestinese non vuole nemmeno parlare, intenta com’è a dimostrare la sua affidabilità nei salotti buoni della NATO, tra cocktail con Blinken e standing ovation all’IDF. Abbiamo un vicepremier, Matteo Salvini, che anziché rappresentare il popolo italiano, si è trasformato in una mascotte del Likud, una succursale ambulante dell’ambasciata israeliana, una caricatura grottesca che sbraita a ogni tentativo di far emergere la verità su Gaza, come se difendere Netanyahu fosse parte dello statuto della Lega.
Ma perché questo attaccamento viscerale? Quali legami uniscono Salvini e il suo partito al regime sionista? Finanziamenti, rapporti d’affari, affinità ideologiche? Sarebbe il caso di chiederlo apertamente, e magari far luce una volta per tutte su certe frequentazioni e certi viaggi così ben documentati e così poco spiegati. Perché è evidente che qui non si tratta di opinioni politiche: c'è un’ossessione filo-israeliana che rasenta il fanatismo, con toni da televendita di armi e moralismo a senso unico, in un partito che una volta predicava sovranismo e oggi genuflette davanti all’apartheid.
In Parlamento Salvini sbraita, minaccia, insulta chi difende la Palestina, come se denunciare un genocidio fosse un reato. Come se il problema non fosse Gaza ridotta a un cumulo di macerie e bambini amputati, ma i post su Instagram di chi ancora ha il coraggio di parlare. È il bullo da bar, rozzo e scomposto, che scambia l’impunità con la ragione e la propaganda con la verità. Un uomo piccolo, in un momento troppo grande per lui.
E mentre loro tacciono o ridicolizzano la sofferenza palestinese, vale la pena ricordare che l’Italia è stata anche altro. È stata l’Italia di Aldo Moro, tessitore di ponti tra culture. Di Berlinguer, voce limpida contro ogni colonialismo. Di Sandro Pertini, partigiano che non esitò mai a esprimere vicinanza al popolo palestinese. Di Giulio Andreotti, che con diplomazia e pragmatismo seppe tenere l’Italia fuori dalle complicità più sporche.
E soprattutto di Bettino Craxi, che ebbe il coraggio, in Parlamento, di dire parole che oggi suonano come una lezione di dignità:
"Ebbene se la questione nazionale palestinese esiste, anche l’azione dell’Olp deve essere valutata con un certo metro, che è il metro della storia. Vedete, io contesto all’Olp l’uso della lotta armata non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché sono convinto che lotta armata e terrorismo non risolveranno il problema della questione palestinese. L’esame del contesto mostra che lotta armata e terrorismo faranno solo vittime innocenti, ma non risolveranno il problema palestinese. Non contesto però la legittimità del ricorso alla lotta armata che è cosa diversa”.
Parole pronunciate con lucidità, coraggio e senso storico. Tutto ciò che oggi manca a questo governo di nani morali e diplomatici. Altro che “patrioti”: qui si lavora per altri interessi, per altre agende, e non certo per la pace, la giustizia o la verità.
E domani, quando verrà chiesto ai popoli: “dove eravate mentre Gaza moriva?”, la Francia potrà rispondere “abbiamo riconosciuto la Palestina”. La Spagna dirà “abbiamo inviato aiuti e dignità”. L’Inghilterra potrà dire “ci siamo ravveduti, anche se tardi”.
E l’Italia? L’Italia dovrà ammettere: “noi eravamo con chi bombardava, e insultavamo chi chiedeva pace”. Una vergogna destinata a durare più delle bombe.
Raimondo Schiavone















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