Blog di Raimondo Schiavone e amici

Oggi vi racconto la storia del cappellaio matto. Chi sei veramente…

C’era una volta un cappellaio matto.
Non quello delle favole, con il cilindro sgualcito e il sorriso storto, ma uno vero. Viveva in mezzo alla gente, camminava nelle stesse strade degli altri, prendeva caffè al bancone e parlava con chi aveva voglia di ascoltare. Nessuno lo chiamava così apertamente, ma tutti lo pensavano: è strano, fuori posto, imprevedibile.
Il cappellaio matto faceva cappelli invisibili.
Non cuciva feltro né panno, non prendeva misure con il metro. Lui cuciva idee, parole, silenzi. Creava cappelli per proteggere la testa dalle tempeste della vita: quello per chi aveva perso coraggio, quello per chi si nascondeva dietro un sorriso di cartone, quello per chi fingeva di sapere tutto ma in realtà aveva paura di cadere.
Un giorno qualcuno gli chiese:
«Ma tu chi sei veramente?»
Il cappellaio non rispose subito. Guardò le mani, segnate da fili che nessuno vedeva, e sorrise come fanno quelli che hanno già perso molte battaglie ma non la voglia di combattere.
«Sono uno che prova», disse. «Provo a capire, provo a sbagliare, provo a restare. Sono uno che non si accontenta dei cappelli già pronti.»
La verità è che il cappellaio matto dava fastidio.
Perché faceva domande dove tutti preferivano risposte facili. Perché rideva nei momenti sbagliati e taceva in quelli giusti. Perché non portava maschere, e chi non porta maschere ricorda agli altri quanto pesino le proprie.
Eppure, la sera, quando la città si svuotava e le luci restavano sospese come pensieri non detti, qualcuno bussava alla sua porta. Non per comprare un cappello, ma per lasciarsi ascoltare. Il cappellaio non giudicava, non dava consigli, non prometteva soluzioni. Si limitava a restare lì, con la pazienza di chi sa che la presenza è spesso la forma più alta di cura.
«Sai qual è la vera follia?» disse una notte a un cliente senza nome.
«Pensare di essere solo una cosa. Un ruolo, una funzione, una definizione. La follia è smettere di cercarsi.»
Chi sei veramente.
È una domanda che non ha risposta definitiva, solo tentativi. Siamo ciò che siamo stati, ciò che fingiamo di essere, ciò che sogniamo di diventare e, soprattutto, ciò che resta quando cade il rumore del mondo.
Il cappellaio matto lo sapeva.
Per questo continuava a cucire cappelli invisibili. Per ricordare alla gente che la testa non serve solo per pensare, ma per immaginare. Che la normalità è spesso un vestito stretto e la follia, a volte, è semplicemente autenticità senza permesso.
Alla fine della storia non c’è una morale.
Il cappellaio matto non cambia il mondo, non diventa famoso, non smette di essere considerato strano. Però lascia qualcosa: piccoli segni nelle persone che ha incontrato, cuciture leggere nelle loro fragilità, un dubbio gentile che li accompagna nel tempo.
Forse il cappellaio matto non era matto davvero.
Forse era solo uno che aveva avuto il coraggio di togliersi il cappello davanti alla vita e guardarla per quello che è: confusa, contraddittoria, bellissima.
E allora la domanda resta sospesa, come un cappello appeso all’ingresso:
chi sei veramente, quando smetti di recitare?
Raimondo Schiavone 

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