Blog di Raimondo Schiavone e amici

Natale: tra tavole imbandite e fame invisibile

Le feste di Natale, nelle nostre case, sono spesso la celebrazione dell’abbondanza. La misura del benessere sembra stare nella quantità: antipasti che si moltiplicano, primi che si rincorrono, secondi che arrivano quando non c’è più fame. Tavole cariche, quasi a voler esorcizzare l’anno trascorso, a dirci che sì, almeno qui, almeno oggi, va tutto bene.
Ma fuori da quelle tavole, spesso a poche strade di distanza, c’è un’altra Italia. Silenziosa. Invisibile. Che non appare nelle pubblicità natalizie né nelle luci delle vetrine.
Secondo gli ultimi dati ISTAT, in Italia oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta. Parliamo di più di 5,7 milioni di persone, quasi il 10% della popolazione, che non riescono a sostenere le spese minime per una vita dignitosa. Non numeri astratti, ma volti, storie, stanze fredde, frigoriferi vuoti. Dentro questi numeri ci sono anche bambini: quasi un minore su sette cresce oggi in una condizione di povertà assoluta.
La ferita più crudele è quella che passa dal cibo. Oltre 6 milioni di italiani affrontano una forma di insicurezza alimentare: famiglie che non riescono a garantire con continuità un pasto sano, equilibrato, sufficiente. Non è fame da dopoguerra, non è miseria spettacolare. È una fame moderna, discreta, che si nasconde nella rinuncia, nella scelta obbligata di comprare meno, peggio, di saltare un pasto perché “mangeranno i bambini”.
Nelle grandi città le mense solidali e le strutture caritative registrano un aumento costante delle presenze. Non ci sono solo gli ultimi di sempre, ma nuovi poveri: lavoratori precari, pensionati soli, famiglie monoreddito travolte dall’aumento dei prezzi, persone che fino a ieri non avrebbero mai immaginato di mettersi in fila per un piatto caldo. La povertà non fa più rumore, non urla. Aspetta in silenzio.
E allora il Natale diventa una contraddizione che fa male. Da una parte l’eccesso, lo spreco, l’abbondanza ostentata. Dall’altra la rinuncia quotidiana, l’umiliazione di chiedere aiuto, la vergogna di non poter offrire nemmeno un pranzo dignitoso ai propri figli.
Non si tratta di colpe individuali, ma di una frattura sociale che si allarga. Un Paese che continua a consumare molto, ma distribuisce sempre meno. Un Paese dove la ricchezza esiste, ma non arriva dove servirebbe di più.
In questi giorni, mentre ci sediamo a tavola, fermarsi un attimo a pensare a chi non ha non è retorica. È un esercizio di umanità. Non serve trasformare il Natale in un tribunale morale, ma neppure anestetizzare la coscienza dietro la tradizione e l’abitudine.
Ricordarsi di chi non ha nulla, anche solo per un istante, fa bene all’anima. Perché ci ricorda che il senso profondo di questi giorni non sta nella quantità di piatti serviti, ma nella capacità di riconoscere l’altro. E di non voltarsi dall’altra parte.

Raimondo Schiavone 

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