Quando un presunto giornalista come Maurizio Molinari si avventura a commentare Gaza, non si ha davanti un’analisi equilibrata, ma un compitino di propaganda travestito da cronaca. Le sue recenti dichiarazioni sono l’ennesima dimostrazione di una malafede evidente, il marchio di chi non racconta la realtà ma la piega a favore di interessi ben precisi.
In un contesto di massacri quotidiani, di bombardamenti che distruggono scuole, ospedali, moschee, chiese e interi quartieri civili, parlare come fa Molinari significa porsi scientemente dalla parte del carnefice. È un atteggiamento che non nasce da ingenuità né da superficialità: è figlio di una scelta consapevole. Quella di normalizzare l’orrore e di far passare la menzogna per verità.
Non è giornalismo. È complicità. E la complicità, quando riguarda un genocidio in atto, non si misura con le virgole o con le sfumature: pesa come un macigno sulla coscienza di chi scrive.
Gli israeliani, nelle strade di Palestina, sputano davanti a un cristiano che porta un crocifisso. È un gesto di disprezzo e di arroganza. Allo stesso modo, di fronte alle parole di Molinari, viene spontaneo domandarsi se non meriterebbero la stessa risposta simbolica: lo sputo di chi non accetta la menzogna elevata a verità. Perché certe frasi non si contrastano con garbo accademico, ma con la durezza che meritano.
Molinari non è il solo. Appartiene a quella schiera di giornalisti che hanno smesso da tempo di raccontare i fatti e hanno scelto di diventare cassa di risonanza di un potere militare e politico che non tollera contraddizioni. Ma in questo caso l’abisso è più profondo: Gaza non è un tema come un altro. Gaza è il luogo in cui la dignità umana viene calpestata ogni giorno.
Un giornalista degno di questo nome dovrebbe gridarlo, denunciarlo, schierarsi con la verità dei deboli e dei massacrati. Molinari fa il contrario. E allora la domanda è semplice: quanto vale la sua firma? Quale prezzo ha il silenzio sugli orrori?
In un’intervista televisiva andata in onda su La7 il 23 agosto 2025, l’editorialista ed ex direttore di La Repubblica, Maurizio Molinari, ha affermato testualmente:
“Quella dei palestinesi da Gaza è emigrazione volontaria, non forzata”.
Alla replica dell'intervistatore (non lo cito perche rappresenta il rov
escio della stessa medaglia), che ha risposto con forza:
“Ma come si fa a chiamarla volontaria? Gli sparano addosso, è deportazione”, Molinari ha ribattuto:
“Il termine ‘forzata’ non è mai stato usato né da Trump, né da Netanyahu. Il piano prevede che i palestinesi si allontanino da Gaza e ritornino una volta che la ricostruzione sarà completata”.
Non è stata la sua unica uscita: in altre interviste ha ripreso la narrativa israeliana, parlando di “guerra ibrida” e accusando Hamas di usare la popolazione civile come “scudi umani”, una formula che da anni viene ripetuta per legittimare la distruzione indiscriminata di interi quartieri.
L’utilizzo di un eufemismo come “emigrazione volontaria” per descrivere una popolazione che fugge sotto il fuoco non è soltanto sbagliato: è una vergognosa minimizzazione di una tragedia. È una strategia retorica che aleggia tra la complicità e l’indifferenza.
Definire una fuga sotto bombardamenti come “volontaria” non è solo inaccurato: è un marchio indelebile sul piano dell’eticità. È l’ennesima offesa alla verità.
Chi tace o, peggio, giustifica, diventa parte della macchina dell’oppressione. E non potrà mai nascondersi dietro la foglia di fico della “complessità”. Perché in Palestina la realtà è limpida: c’è un popolo sotto occupazione e c’è un esercito che bombarda e uccide. Tutto il resto è fumo negli occhi.
Molinari ha scelto da che parte stare. E non è quella del giornalismo, non è quella della verità. È la parte della malafede.
E la malafede, davanti a un genocidio, non si combatte con le buone maniere: si denuncia, si smaschera, si espone per quello che è. Perché chi minimizza o giustifica il massacro di un popolo non merita il rispetto delle argomentazioni, ma lo sputo simbolico di chi rifiuta l’ipocrisia e l’arroganza di chi piega le parole contro la vita.
Raimondo Schiavone















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