Ci sono immagini che non hanno bisogno di commento. File di piccole tombe bianche. Scarpe da ginnastica accanto alla terra fresca. Zaini rimasti chiusi per sempre. A Minab, nel sud dell’Iran, 165 bambine sono state uccise mentre erano nella loro scuola. Centosessantacinque. Non soldati. Non miliziane. Non bersagli strategici. Bambine.
E poi c’è l’altra immagine. Quella che non si vede, ma pesa di più: il silenzio.
Non una parola forte. Non una condanna unanime. Non una mobilitazione morale degna di questo nome da parte di quell’“Occidente civile” che ama impartire lezioni di diritti umani a giorni alterni. Perché qui il problema non è solo l’orrore. Il problema è chi viene ritenuto responsabile dell’orrore.
Se i responsabili sono i nemici ufficiali dell’Occidente, l’indignazione è immediata, totale, rituale. Se invece l’ombra porta verso Israele e gli Stati Uniti, allora il linguaggio si fa prudente, tecnico, sfumato. “Errore”. “Danno collaterale”. “Circostanze da chiarire”. Le bambine diventano una nota a piè di pagina nella geopolitica.
È questa la frattura morale che fa più rumore delle bombe.
Centosessantacinque tombe non sono un incidente. Sono una tragedia che interroga la coscienza collettiva. E invece la coscienza collettiva sembra funzionare a corrente alternata, regolata dalle alleanze strategiche, dai mercati energetici, dagli equilibri militari.
L’Occidente che si proclama baluardo della civiltà dovrebbe avere un principio semplice: una bambina uccisa è una bambina uccisa. Senza bandiere. Senza geopolitica. Senza doppio standard. Se il diritto internazionale è universale, lo è sempre. Se la condanna è morale, non può essere selettiva.
Invece assistiamo a una diplomazia dell’eufemismo. A una retorica che pesa le parole in base al passaporto delle vittime e a quello dei responsabili. E così si crea un cortocircuito devastante: si perde la credibilità, si alimenta il rancore, si nutre quella narrativa secondo cui i diritti valgono solo per alcuni.
Non è questione di essere “filo” qualcosa o “anti” qualcun altro. È questione di coerenza. Se difendiamo la vita dei bambini a Kiev, dobbiamo difendere la vita delle bambine a Minab. Se piangiamo per le scuole bombardate altrove, dobbiamo piangere anche qui. Con la stessa forza. Con la stessa chiarezza.
Perché ogni volta che il dolore viene gerarchizzato, la civiltà arretra.
Le 165 bambine di Minab non sono un numero. Sono nomi che non conosciamo, sogni che non si realizzeranno, famiglie spezzate. E il silenzio che le circonda è una seconda violenza.
Se l’Occidente vuole ancora definirsi “civile”, cominci da qui: dalla capacità di condannare senza calcoli, di difendere la vita senza bandiere, di dire che uccidere bambine in una scuola è un crimine. Punto.
Senza asterischi. Senza alleanze. Senza convenienze.
Raimondo Schiavone












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