Blog di Raimondo Schiavone e amici

Memoria corta e coscienze lunghe: chi governava davvero il Venezuela prima di Chávez

Un po’ di storia fa bene a tutti. Soprattutto ai trumpisti convinti, agli smemorati europei, a chi oggi si straccia le vesti per la “democrazia violata” in Venezuela fingendo di non sapere — o scegliendo di dimenticare — che cos’era davvero il paese prima della rivoluzione bolivariana. Perché il Venezuela pre-Chávez non era un Eden liberale, non era una democrazia modello, non era un paese prospero per il suo popolo. Era, al contrario, una repubblica oligarchica, petrolifera, repressiva, governata da una classe politica al servizio di interessi stranieri e di una ristretta élite locale.
Prima del 1999 il potere era saldamente nelle mani dei partiti dell’“alternanza controllata”, Acción Democrática e COPEI, un bipartitismo di facciata benedetto da Washington. Il volto più emblematico — e più ipocritamente ripulito oggi — di quel sistema è Carlos Andrés Pérez. Due volte presidente, due volte simbolo di un potere corrotto, violento, classista.
È sotto il suo secondo mandato che il Venezuela vive uno dei momenti più bui della sua storia recente: il Caracazo del 1989. Un pacchetto di “riforme” neoliberiste imposto dal Fondo Monetario Internazionale — aumento dei prezzi dei carburanti, trasporti alle stelle, tagli sociali — scatena la rivolta dei poveri. La risposta dello Stato? L’esercito nelle strade, i carri armati contro la gente, migliaia di morti. Le stime parlano di centinaia, forse migliaia di vittime civili. Un massacro. Un crimine di Stato. Altro che democrazia.
Quel Venezuela era ricco di petrolio e povero di giustizia sociale. Le rendite dell’oro nero finivano nelle tasche dei soliti noti: latifondisti, grandi importatori, banchieri, intermediari legati agli Stati Uniti. Le compagnie straniere decidevano, le élite locali incassavano, il popolo restava ai margini. Baraccopoli senza servizi, sanità per pochi, istruzione come privilegio. E quando i poveri osavano protestare, arrivavano i fucili.
È bene ricordarlo oggi, mentre ci raccontano che “dal Venezuela sono scappati tutti”. No: sono scappati i sodali del vecchio regime, i ricchi liberali proprietari terrieri, i profittatori di Stato, quelli che avevano fatto del petrolio venezuelano una rendita privata e coloniale. Non il popolo, ma chi aveva perso privilegi. Chi non poteva più usare PDVSA come un bancomat personale. Chi non poteva più decidere a Washington il destino di Caracas.
La rivoluzione bolivariana nasce lì, sul sangue del Caracazo, sulla fame, sull’umiliazione nazionale. Nasce anche dall’esperienza di un giovane ufficiale che aveva visto lo Stato sparare sui poveri e aveva detto basta: Hugo Chávez. Che poi la sua esperienza abbia avuto limiti, errori, contraddizioni è un altro discorso. Ma falsificare la storia per dipingere il “prima” come un’età dell’oro è un’operazione indegna.
Chi oggi grida allo scandalo contro il socialismo venezuelano dovrebbe avere il coraggio di dire da che cosa quel socialismo è nato. Da una dittatura di fatto mascherata da democrazia, da un paese svenduto agli interessi statunitensi, da un popolo affamato e represso. Quella sì, era violenza strutturale. Quella sì, era miseria programmata.
La memoria non è un optional. È un dovere politico e morale. E senza memoria, ogni indignazione è solo propaganda.
Raimondo Schiavone 

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