Blog di Raimondo Schiavone e amici

Mediterraneo, terra ferita: il dialogo interreligioso come unica via

C’è un mare che unisce e divide. Un mare che ha visto nascere le tre grandi religioni monoteiste – ebraismo, cristianesimo, islam – ma che oggi troppo spesso si ritrova a custodire le loro macerie. Il Mediterraneo, antica culla di civiltà, è diventato terreno di conflitti, disuguaglianze e odi alimentati da interessi politici, economici e ideologici. Eppure, proprio da questo mare può e deve ripartire una speranza: il dialogo interreligioso.

Non è una parola alla moda, né un espediente retorico per addolcire la brutalità della geopolitica. È una necessità storica, culturale e spirituale. Perché se oggi vogliamo ancora credere in un futuro di pace, dobbiamo iniziare a parlarci davvero, ad ascoltarci, a riconoscerci. E dobbiamo farlo non tra simili, ma tra diversi. Tra chi ha vissuti differenti, fedi differenti, dolori differenti.

Lo dimostrano le ferite aperte che attraversano il Mediterraneo. In Palestina, i bambini non giocano alla guerra: la vivono. Nei campi profughi di Gaza, del Libano o della Siria, ho visto con i miei occhi bambini che brandiscono fucili veri, non giocattoli. Piccoli soldati inconsapevoli, cresciuti nell’odio e nel dolore, figli di un popolo che ha imparato a vivere dietro fili spinati e a piangere senza che nessuno ascolti. Non si può parlare di dialogo se prima non si affronta la realtà brutale di questi luoghi: dove la religione viene piegata, manipolata, usata come giustificazione per negare diritti, dignità e futuro.

Lo stesso vale per la Siria, terra martoriata e frantumata da una guerra che ha lacerato il tessuto sociale e religioso del Paese. Eppure, anche lì ho trovato semi di speranza. A Ma‘loula, una piccola enclave cristiana dove si parla ancora aramaico, ho incontrato una fede che resiste sotto assedio. Essere cristiani lì è un atto di coraggio quotidiano, ma anche una testimonianza potente: la fede autentica non ha bisogno di potere per esistere, vive nella resistenza silenziosa, nella forza dell’identità.

Ma c’è un altro nemico del dialogo: la globalizzazione spinta all’estremo. Quella che omologa tutto, che trasforma le culture in contenuti, le religioni in cliché, le differenze in problemi. È una globalizzazione che cancella l’altro invece di includerlo. Che vende l’illusione della connessione, ma genera solitudine e consumo. E che, soprattutto, riduce ogni cosa a interesse economico: anche il dialogo.

In questo contesto, dialogare vuol dire scegliere una strada più difficile. Vuol dire aprirsi, esporsi, rischiare. Vuol dire sedersi accanto a chi non la pensa come noi. Lo abbiamo fatto, come Centro Italo-Arabo, quando lo scorso novembre abbiamo invitato a Cagliari una delegazione culturale iraniana per discutere – con coraggio e senza ipocrisie – di cinema, musica, giustizia sociale, ruolo delle donne. È stato un momento prezioso. Criticato da alcuni, ma necessario. Perché il dialogo non è l’incontro tra chi si somiglia, ma tra chi si rispetta pur nella differenza.

Il Mediterraneo ha bisogno di questi gesti. Ha bisogno che le scuole, le comunità religiose, i quartieri tornino a essere luoghi di incontro, non di diffidenza. Ha bisogno di una “diplomazia della fede” che non sia subordinata a quella dei governi, ma che sappia costruire ponti laddove gli Stati erigono muri. Ha bisogno di religioni che sappiano essere strumento di guarigione, non di divisione.

Perché se le religioni vogliono avere ancora un futuro, devono tornare a essere umane. E se il Mediterraneo vuole sopravvivere come spazio di civiltà, deve ritrovare il coraggio della parola.

Solo così – nel confronto vero, anche acceso, ma rispettoso – potremo immaginare una convivenza che non sia solo tolleranza, ma fraternità.

E allora forse quel mare smetterà di essere una linea di frattura, e tornerà a essere ciò che è sempre stato: una promessa.

Raimondo Schiavone 

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