Blog di Raimondo Schiavone e amici

Maurizio Molinari e la feccia del giornalismo italiano

Ci voleva il solito Maurizio Molinari, editorialista con la schiena più dritta del flaccidume morale di certi salotti televisivi, per ricordarci che in Italia il giornalismo, quello che si ammanta di autorevolezza e si presenta come "mainstream", ha toccato ormai il fondo. E non si limita a raschiarlo: lo trivella.

Nel suo ultimo attacco a Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi occupati, Molinari non si limita a criticare – sarebbe un suo diritto – ma sputa veleno, distorce, insinua. Utilizza il pulpito di un grande quotidiano come la Repubblica non per informare, ma per delegittimare. Lo fa con la spocchia tipica di chi ha deciso che l’unico diritto internazionale che conta è quello scritto a Washington e approvato a Tel Aviv.

Francesca Albanese ha avuto l’ardire – e il coraggio – di scrivere un report che denuncia senza mezzi termini la trasformazione dell’occupazione israeliana in genocidio. Non una parola fuori posto, non un'opinione personale, ma dati, testimonianze, norme giuridiche. Il frutto di un lavoro indipendente, severo, basato sui principi delle Nazioni Unite. E qual è stata la reazione? Un linciaggio mediatico.

Molinari, come altri pennivendoli embedded del sistema, non ha retto l’idea che una voce italiana – donna, preparata, con credibilità internazionale – potesse incrinare la narrazione sacra: quella dell’eterna innocenza israeliana e della colpa perpetua palestinese. Non gli importa dei bambini uccisi, delle famiglie massacrate, delle città rase al suolo. L’unico crimine, per lui, è mettere in discussione l’impunità dell’alleato atlantico.

Ma cosa ci si può aspettare da un giornalista che ha trasformato un quotidiano storico in un bollettino della NATO? Uno che ha fatto della propaganda il proprio mestiere, travestendola da analisi geopolitica. Uno che, mentre a Gaza si contano i cadaveri, parla di "contesto", "reazioni", "necessità strategiche".

Il suo attacco ad Albanese non è solo indecente: è infame. È la dimostrazione che in Italia non si può più esprimere una posizione giuridicamente fondata e moralmente ineccepibile se non è conforme ai desiderata dell’Occidente guerrafondaio. Molinari non fa giornalismo: fa il cane da guardia del potere. Un potere che ha perso la vergogna e si difende con il fango.

Chi ancora crede nella libertà d’informazione e nel diritto internazionale dovrebbe sostenere Francesca Albanese con forza. Perché se oggi tocca a lei, domani potrebbe toccare a chiunque osi dire la verità.

Maurizio Molinari resterà nella storia del giornalismo italiano non come direttore, non come editorialista, ma come simbolo della sua degenerazione più squallida. La feccia, appunto. La feccia che risale in superficie quando il fondo non basta più.

Raimondo Schiavone 

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