Oggi, durante la tradizionale cerimonia del Ventaglio al Quirinale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha finalmente rotto il lungo silenzio sulla tragedia in corso a Gaza. E lo ha fatto con parole dure, inequivocabili, che hanno colpito nel segno, pur restando prigioniere di una prudenza istituzionale che in questo momento appare fuori tempo. Mattarella ha descritto una situazione umanitaria drammatica, parlando di “bambini assetati colpiti mentre erano in fila per l’acqua”, di “persone affamate uccise mentre cercavano cibo”, di “ospedali distrutti con all’interno bambini denutriti ricoverati”. Ha denunciato “l’uccisione di medici, infermieri e civili”, sottolineando che non può trattarsi solo di una sequenza di errori ma che si comincia a vedere “l’ostinazione a uccidere indiscriminatamente”.
Il Presidente ha inoltre parlato di “disumanità” e ha criticato apertamente l’atteggiamento del governo israeliano, accusandolo di non rispettare il diritto umanitario e di ridurre alla fame un’intera popolazione. Un cambio di tono netto, che prende chiaramente le distanze dalle ambiguità e dalla complicità espresse nei mesi scorsi da esponenti del governo, in particolare dal ministro Salvini, che non ha mai nascosto il suo sostegno incondizionato a Netanyahu e al suo governo. A Mattarella va riconosciuto il merito di aver preso posizione, di aver alzato il livello del discorso pubblico e di aver riportato un minimo di dignità istituzionale nel dibattito italiano su Gaza.
Ma non basta. Non basta più. E non può bastare. Perché le parole, seppur importanti, devono essere accompagnate da chiarezza, coraggio e assunzione di responsabilità. Mattarella oggi non ha pronunciato la parola “genocidio”. Una parola scomoda, certo, ma ormai inevitabile. Non è una formula retorica, è una qualificazione giuridica che già la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha iniziato ad affrontare, accogliendo il ricorso del Sudafrica contro Israele per atti compatibili con un genocidio in corso. Una parola che è stata usata da centinaia di giuristi, organizzazioni umanitarie, personalità delle Nazioni Unite. Una parola che non può più essere evitata da chi, come il Presidente della Repubblica Italiana, rappresenta una nazione fondata sulla legalità internazionale, sulla Costituzione e sul ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti.
Il Presidente Mattarella, proprio perché garante supremo della legalità costituzionale e internazionale, ha il dovere morale di andare oltre. Deve richiamare il governo italiano non solo alla prudenza diplomatica, ma all’obbligo di rispettare le risoluzioni ONU, le convenzioni internazionali, le decisioni della Corte di Giustizia Internazionale. Deve dire chiaramente che quello che sta accadendo a Gaza – con oltre 40.000 morti, milioni di sfollati, fame, bombardamenti mirati su ambulanze, ospedali e civili – non è solo “disumanità”. È un crimine contro l’umanità, e probabilmente – anzi, secondo molti giuristi, certamente – è un genocidio.
Per mesi Mattarella ha taciuto. Oggi è uscito, metaforicamente, dal sarcofago. Ma il tempo della cautela è finito. Il rispetto per la sua figura e per la sua funzione non può impedirci di dire che ci vuole di più. Serve una presa di posizione netta, inequivocabile, che chiami le cose con il loro nome. Perché se non lo fa il Presidente della Repubblica, chi altri lo farà? Il coraggio, oggi, non è solo un dovere politico. È una responsabilità storica.
Raimondo Schiavone















e poi scegli l'opzione