C’è un filo sottile, ma ormai chiarissimo, che collega molti dei Nobel per la Pace assegnati negli ultimi vent’anni: non premiano più chi costruisce ponti, ma chi abbatte muri “se lo decide Washington”. È successo di nuovo nel 2025, con la proclamazione di María Corina Machado, figura controversa dell’opposizione venezuelana, come vincitrice del Nobel per la Pace.
Dietro la retorica dei diritti umani e della libertà democratica, si cela l’ennesimo atto politico mascherato da riconoscimento morale. Un premio trasformato in strumento di pressione diplomatica, in messaggio geopolitico più che in gesto di coscienza universale.
Machado non è nuova alla scena politica. Nel 2002, dopo il colpo di Stato lampo che depose Hugo Chávez per quarantotto ore, la sua firma comparve sull’atto di proclamazione del governo provvisorio di Pedro Carmona Estanga. Lei si difese parlando di “errore”, ma quel gesto la consegnò alla storia come simbolo dell’opposizione più intransigente e golpista del Paese. Da allora, la sua carriera è stata un susseguirsi di contraddizioni e di posture ideologiche rigide, spesso più utili alla narrazione occidentale che alla causa democratica del Venezuela.
Negli anni successivi, Machado ha costruito la propria figura pubblica attorno a un principio elementare: “la democrazia si impone con la forza”. Non con la mediazione, non con il dialogo, ma con la pressione economica, l’isolamento politico e, se necessario, con l’intervento militare. È lei stessa ad averlo dichiarato: “Solo la minaccia dell’uso della forza farà cadere Maduro”. Un linguaggio che poco si concilia con l’idea di pace, ma che perfettamente si allinea con il lessico strategico di Washington.
Negli anni delle più dure restrizioni economiche al Venezuela, Machado è stata una delle principali sostenitrici delle sanzioni statunitensi. Ha chiesto, e ottenuto, che la comunità internazionale isolasse Caracas sul piano politico, economico e commerciale. Il risultato? Ospedali senza medicine, blackout diffusi, milioni di cittadini costretti a lasciare il Paese, inflazione e povertà record. In questo contesto, la sua voce non ha mai invocato una sospensione delle misure punitive, né un alleggerimento per motivi umanitari. Al contrario, chiedeva “più sanzioni, più pressione, più isolamento”, sostenendo che “solo così il regime cadrà”. Oggi, la stessa persona viene celebrata come icona di pace. Ma di quale pace si parla, se la ricetta proposta è la fame del popolo per ottenere un cambio di governo?
Il Comitato norvegese del Nobel sembra aver dimenticato lo spirito originario del premio: premiare chi costruisce la pace, non chi rappresenta un’arma diplomatica. Dopo aver premiato Barack Obama nel 2009 — mentre intensificava i bombardamenti in Afghanistan — e aver trasformato i Nobel a Nadiya Murad e Denis Mukwege in atti d’accusa contro specifici nemici geopolitici, oggi arriva Machado: la “pacifista” che chiede sanzioni e invoca minacce militari. Questo Nobel non è un riconoscimento alla pace, ma una dichiarazione di guerra politica. È un segnale a Caracas, ma anche a tutto il Sud del mondo: la pace, per Oslo e Washington, è solo quella che si allinea ai loro interessi. Chi si oppone all’impero economico e mediatico occidentale non potrà mai essere “portatore di pace”. Chi invece lo serve con zelo, anche se invoca la fame come arma, sarà incoronato con l’aureola della “democrazia”.
Come se non bastasse, Machado ha dedicato il premio a Donald Trump, colui che più di ogni altro ha sostenuto la “massima pressione” contro il Venezuela, promuovendo sanzioni petrolifere, congelamento dei fondi e campagne di destabilizzazione. Trump, che minacciò apertamente l’intervento armato per “liberare Caracas”. Trump, che trasformò l’America Latina in un laboratorio di guerra economica. Dedicarle un Nobel per la Pace è un atto di cinismo estremo. È come se un generale dedicasse la vittoria al suo fornitore di armi e poi si definisse pacifista. In questa grottesca inversione morale, il Comitato del Nobel si rende complice di una narrativa tossica che confonde la pace con la resa e la democrazia con la subordinazione.
Da anni, il Nobel per la Pace è diventato una liturgia autocelebrativa dell’Occidente liberale. Non più un riconoscimento universale, ma un modo per certificare la bontà delle proprie scelte geopolitiche. Ogni premio diventa un messaggio: contro Putin, contro Xi, contro Maduro, contro chiunque osi sfidare l’ordine atlantico. Premiare María Corina Machado significa premiare la fedeltà all’impero, non la difesa dei popoli. È il segno di un mondo che non cerca più la pace, ma l’obbedienza.
Il Nobel per la Pace 2025 non sarà ricordato come un omaggio al coraggio civile, ma come un atto di propaganda perfettamente sincronizzato con le necessità della Casa Bianca. Machado non è una figura di mediazione, non è un simbolo di dialogo. È una donna politica intelligente, ma profondamente schierata, che ha scelto la via della pressione e della vendetta economica, non quella della riconciliazione.
Il Venezuela ha bisogno di democrazia, ma non di nuovi burattini in mano a Washington. Ha bisogno di pace, ma non di sanzioni. E il mondo ha bisogno di un Nobel che torni ad essere una voce di coscienza, non di propaganda. Fino ad allora, ogni nuova assegnazione non sarà che l’eco stanca di un’ipocrisia globale che confonde la pace con la politica e la libertà con l’obbedienza.












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