A volte te ne accorgi tardi, altre volte lo vedi subito: c’è chi non vive di idee, ma di riflessi. Gente che non crea, replica. Non pensa, rimbalza. Non rischia, rincorre. L’imitazione, sia chiaro, non è un reato. Anzi: è una forma d’arte antichissima. Ma come tutte le arti, richiede talento. E qui iniziano i problemi.
Perché c’è l’imitazione elegante, quella che studia, rielabora, migliora. E poi c’è l’emulazione strumentale e strategica: quella che arriva dopo, copia male e pretende pure l’applauso. È il plagio con l’autostima alta. L’eco che si crede voce.
Il copiatore strategico è una figura affascinante. Non ha visione, ma ha tempismo. Non ha idee, ma ha radar. Sta fermo, osserva, aspetta che qualcuno si esponga, rischi, sbagli, costruisca. Poi entra in scena lui, con la grazia di un parcheggiatore abusivo: “Scusa, era libero?”.
No, non lo era. Ma tu sei entrato lo stesso.
La cosa divertente è che spesso il copiatore si sente pure innovatore. Cambia il font, sposta una virgola, aggiunge un aggettivo inglese e si convince di aver reinventato la ruota. Che però resta quadrata. E pure sgonfia.
C’è chi copia modelli di business, chi linguaggi, chi posizionamenti, chi persino le indignazioni. L’indignazione copiata è la più esilarante: arriva sempre due settimane dopo, quando il tema è già freddo, ma con toni da resistenza partigiana. Il coraggio postdatato. L’eroismo a rimorchio.
Eppure – va detto – chi viene copiato dovrebbe quasi ringraziare. Essere imitati significa essere stati visti. Essere presi a modello, anche maldestramente, è una certificazione di rilevanza. Nessuno copia chi è irrilevante. Nessuno scimmiotta il vuoto. Si copia solo ciò che funziona, ciò che disturba, ciò che lascia il segno.
Il problema nasce quando l’imitazione pretende di sostituire l’originale. Quando la copia si atteggia a fonte. Quando il follower si presenta come pioniere. Lì non siamo più nell’omaggio: siamo nella commedia. E spesso nella farsa.
La verità è semplice e anche un po’ crudele: copiare è facile, creare costa. Costa tempo, fallimenti, critiche, solitudine. Costa il rischio di esporsi senza rete. Il copiatore questo prezzo non lo paga. Compra il biglietto quando il film è già finito e poi racconta di aver scritto la sceneggiatura.
Alla fine, però, il mercato – quello vero, non quello dei like o delle chiacchiere – è spietato ma giusto. Le copie sbiadiscono. Gli originali restano.
E chi copia troppo, prima o poi, resta senza specchio.
Perché imitare può rendere orgoglioso chi viene imitato.
Ma vivere di imitazione, alla lunga, rende solo invisibili.
Raimondo Schiavone














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