C’è una figura che popola uffici, istituzioni, bar di provincia, chat di gruppo e perfino qualche salotto televisivo. Non alza mai la voce, non prende mai posizione, non rischia mai una frase che possa disturbare l’aria già tiepida che respira. Non è il cattivo della storia, non è neppure il buono. È semplicemente l’inutile.
Stare a guardare, non dire nulla, non esporsi, non avere coraggio, essere accomodante, anestetizzare le emozioni: il perfetto uomo inutile è un capolavoro di equilibrio… purché l’equilibrio sia quello del soprammobile.
Non crea conflitti, certo. Ma non crea neanche idee.
Non sbaglia mai, perché non prova mai.
Non perde mai, perché non gioca.
Un curriculum impeccabile per chi ambisce all’irrilevanza.
Dal punto di vista psicologico, l’uomo inutile non è un mistero. È spesso il prodotto di una miscela ben dosata di paura del giudizio, bisogno di accettazione e culto dell’autoconservazione. Una forma di mimetismo sociale: meglio confondersi nella tappezzeria che rischiare di diventare bersaglio.
La psicologia contemporanea lo definirebbe evitante.
La filosofia, più brutalmente, lo definirebbe non-essente.
Perché esistere, nel senso profondo, significa esporsi. Kierkegaard parlava del “salto”, Nietzsche della necessità di diventare ciò che si è, Sartre dell’angoscia della libertà. L’uomo inutile, invece, ha risolto il problema alla radice: rinuncia alla libertà e con essa all’angoscia. Un genio della rinuncia preventiva.
Viviamo nell’epoca della neutralità elevata a virtù. Non schierarsi viene venduto come equilibrio, prudenza, maturità. In realtà, spesso è solo paura travestita da saggezza.
L’uomo inutile osserva tutto con lo sguardo di chi sa ma non dice.
Ha sempre un “vediamo”, un “non è il momento”, un “non mi riguarda”.
È il campione mondiale del rinvio morale.
In politica lo trovi seduto nei banchi tiepidi del consenso prudente.
Nel lavoro è quello che annuisce in riunione e poi scompare nell’esecuzione.
Nelle relazioni è quello che prova ma non dichiara, ama ma non rischia, soffre ma non parla.
Una figura tragica, se non fosse spesso comica.
Il perfetto uomo inutile ha imparato che mostrare emozioni espone. E quindi le sterilizza. Non si arrabbia, non si entusiasma, non si indigna. Vive in una pianura emotiva dove non esistono né picchi né abissi.
Peccato che proprio lì, in quella pianura, non cresca nulla.
Le emozioni sono il motore dell’azione. Senza indignazione non c’è giustizia, senza passione non c’è creazione, senza amore non c’è trasformazione. L’uomo inutile, nel suo controllo permanente, rinuncia a tutto questo in cambio di una tranquillità che somiglia molto all’apatia.
Se dovessimo sintetizzare la sua filosofia, potremmo chiamarla stoicismo mal interpretato. Non è il dominio di sé degli stoici, ma l’evitamento del mondo. Non è equilibrio interiore, ma disimpegno esistenziale.
L’uomo inutile crede che la vita sia un corridoio da attraversare senza urtare mobili. Ma la vita, come ogni stanza abitata, si vive spostando sedie, rompendo qualche bicchiere e, talvolta, cambiando disposizione all’intero arredamento.
Chi non lo fa, resta ospite della propria esistenza.
La verità più ironica è che l’uomo inutile non è innocuo. L’assenza di posizione produce vuoti che altri riempiono. Il silenzio legittima il rumore peggiore. La mancanza di coraggio collettiva crea spazi per chi il coraggio lo usa male.
La storia non è stata costruita solo dai cattivi e dai buoni, ma anche — e forse soprattutto — dall’esercito silenzioso degli inutili.
Eppure, dietro quella neutralità, spesso c’è un potenziale inespresso. Perché l’uomo inutile non è privo di capacità: è privo di decisione. Non gli manca la voce, gli manca il momento in cui decide di usarla.
Forse la domanda non è quante persone inutili esistano, ma quante volte ciascuno di noi lo sia stato. Per prudenza, convenienza, stanchezza o semplice paura.
L’inutilità, in fondo, non è una categoria antropologica: è una tentazione quotidiana.
La differenza tra chi resta soprammobile e chi diventa protagonista sta in un gesto minuscolo e rivoluzionario: prendere posizione. Anche sbagliando. Anche disturbando. Anche pagando un prezzo.
Perché, a ben vedere, l’unico vero rischio non è esporsi.
È attraversare la vita senza aver lasciato traccia, senza aver difeso un’idea, senza aver amato abbastanza da correre il pericolo di perdere.
E quello, più che inutile, sarebbe tragicamente silenzioso.
Raimondo Schiavone












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