Ma ci sono momenti in cui il giudizio tecnico diventa dettaglio. E il quarto gol del Belgio contro gli Stati Uniti è stato uno di quei momenti.
Non era solo un gol. Era una pernacchia calcistica. Una risposta feroce, quasi carnale, a tutto ciò che stava attorno a quella partita: il Mondiale americano, la retorica patriottica, il grande spettacolo confezionato per il pubblico interno, l’ombra ingombrante di Trump, l’arroganza cerimoniale di Infantino e quella sensazione fastidiosa che tutto dovesse, in qualche modo, accompagnare gli Stati Uniti un po’ più avanti.
Hanno allargato il Mondiale, complicato formule, moltiplicato partite, inventato percorsi, costruito palcoscenici, trasformato il calcio in una fiera planetaria del marketing. Sembrava quasi che, pur di vedere il padrone di casa restare in scena, si potessero piegare persino le leggi non scritte del pallone.
Ma il calcio, ogni tanto, ha ancora un soprassalto di dignità.
E allora arriva Lukaku. Proprio lui. Il gigante spesso discusso, criticato, deriso, messo sotto processo a ogni controllo sbagliato. Arriva e segna. Poi esulta. E in quell’esultanza c’è qualcosa di mitico: non la grazia del campione perfetto, ma la vendetta ruvida dell’imperfezione. Il corpo che diventa sentenza. Il gol che diventa sputo simbolico sul tappeto rosso del potere.
Perché il pallone, per fortuna, non conosce protocolli. Non rispetta le sceneggiature già scritte. Non si inchina davanti ai presidenti, agli sponsor, alle televisioni, ai sorrisi plastificati dei dirigenti.
Il pallone rotola. E quando entra, distrugge la propaganda.
Quella rete è stata bellissima proprio per questo: perché ha ricordato che esiste ancora uno spazio, minuscolo ma sacro, nel quale il risultato non può essere completamente addomesticato. Puoi costruire lo stadio, vendere i diritti, scegliere la cornice, organizzare la liturgia. Ma poi arriva uno come Lukaku e ti rovina la festa con la delicatezza di un camion che sfonda il salotto buono.
Grande Lukaku, dunque. Non per estetica. Non per fede calcistica. Ma per funzione storica.
Per una sera ha fatto ciò che il calcio dovrebbe fare più spesso: togliere il microfono agli arroganti e restituirlo al campo.
E il campo, quando parla, non chiede permesso.
Raimondo Schiavone














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